Lo dico subito, a scanso di equivoci: Antonio Tabucchi è il mio scrittore preferito. Ho amato ogni sua parola dal primo istante in cui, nel 1999, comprai proprio Sostiene Pereira in Galleria a Milano.

Avevo 17 anni ed ero pronta a partire con Intercultura per fare il quarto anno di liceo in un paesino sperduto della Pennsylvania. Era appena iniziato quel tragico periodo dell’adolescenza in cui si cerca di capire chi siamo e che cosa vogliamo per il nostro futuro e, mentre molti miei coetanei si lanciavano in paragoni fra me e Aidi (protagonista del libro Jack Frusciante è uscito dal gruppo che, come me, guidava una vespa e faceva la valigia per gli Stati Uniti), io mi innamoravo di Lisbona e di Tabucchi.  Una sorta di vera e propria epiphany: leggendo Sostiene Pereira per me è diventato tutto chiaro.

Io che leggo per la millesima volta Sostiene Pereira

(Io che leggo per la millesima volta Sostiene Pereira)

Pereira è un anziano giornalista portoghese che, dopo anni trascorsi a scrivere di cronaca, passa a curare la rubrica letteraria del Lisboa, piccolo quotidiano locale. Pereira vive una vita monotona, diviso tra il giornale, una dieta fatta di troppe limonate, lunghe chiacchierate con la fotografia incorniciata della moglie deceduta, e il pensiero ossessivo della morte. Poco importa che il Portogallo, il paese in cui vive, è nel pieno della dittatura di Salazar, che applica una severa restrizione della libertà, stampa inclusa. Pereira continua la sua vita, occupandosi soltanto di letteratura, per altro francese, e sembra non avere alcun interesse per le sorti del mondo che ha inconsciamente tagliato fuori dalla sua vita. Ma l’attualità dei fatti entra lentamente nella quotidianità di Pereira quando, dopo aver letto un articolo tratto dalla tesi di laurea del giovane Monteiro Rossi, lo chiama per offrirgli un periodo di prova come suo aiutante. Il giovane dovrà preparare dei “coccodrilli”, articoli giornalistici in cui si decanta la vita di personaggi famosi una volta deceduti, pronti ad essere pubblicati nel caso di una loro dipartita.

Un incontro e tutto cambia. Per scelta. Per Pereira, ma anche per me. Tra quelle righe ho capito che avrei voluto scrivere, raccontare storie. Grazie a Antonio Tabucchi ho capito la grande potenza della letteratura che “sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità”. E ho capito come in ogni momento storico bisognerebbe sempre ricordare chi siamo, in che contesto ci troviamo e cosa siamo chiamati a sostenere, quanto e cosa di noi e delle nostre idee siamo chiamati ad offrire agli altri in nome della libertà di pensiero e di azione personale, consapevoli che la prima vera rivoluzione è quella dentro se stessi.  E che questo vale per tutti, a qualsiasi età e in qualsiasi condizione. In Sostiene Pereira questo cambiamento di visione e di modo di vedere le cose, non parte da un giovanotto entusiasta e pieno di vita, che ha l’illusione di rivoluzionare il mondo, ma da un uomo “mediocre”, grassoccio, anche un po’ apatico, ingenuo, buono, con le sue piccole manie e abitudini quotidiane nelle quali ha trovato il proprio equilibrio,  che però ha in sé un pregio che non è affatto scontato o banale: sa porsi delle domande, riflettere, ragionare… per giungere alla decisione finale, che forse mai si sarebbe sognato di prendere.

La scelta di Pereira, le parole di Tabucchi, da quell’estate adolescenziale io me le sono sempre portate dietro. Specialmente quando poi a lavorare in una redazione mi ci sono trovata davvero con al mio fianco, come mentore, un uomo che fin da subito mi ha sempre ricordato il protagonista del libro di Antonio Tabucchi post incontro con Monteiro Rossi (sì, Mauro, sto parlando di te). Sostiene Pereira è un libro che ho letto e riletto, regalato e prestato.

Non so che fine abbia fatto Aidi, so che la mia vespa rossa si è rotta, ma la mia voglia di scrivere no.

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