Siamo fan di Elena Ferrante qui. Siamo quelle che abbiamo letto la tetralogia de L’Amica Geniale nascoste nel bagno dell’ufficio, a casa tenendo il libro in mano e mescolando il sugo con l’altra, la notte finché il volume non cade in faccia. Abbiamo amato la storia di Lina e Lenù, abbiamo amato la leggibilità totale del romanzo, che ha quella dote rara di estraniare dal resto del mondo. Che quando finisce, avresti voglia di parlare solo di quello, che quando finisci ti senti un po’ orfana. E poi chiedersi: ma chi cacchio è ‘sta Ferrante?
Ce lo siamo chiesto ma, per quel che mi riguarda, la risposta non c’era, perduta nel vento sarà.

Dal canto suo, Elena Ferrante, aveva spiegato così le sue ragioni: “Scrivere è un atto di superbia. L’ho sempre saputo e perciò ho nascosto a lungo che scrivevo, soprattutto alle persone a cui volevo bene. Temevo di svelarmi ed essere disapprovata. Jane Austen si era organizzata in modo da occultare subito i suoi fogli, se qualcuno entrava nella stanza in cui si era rifugiata. È una reazione che conosco, ci si vergogna della propria presunzione, perché non c’è niente che riesca a giustificarla, nemmeno il successo. Comunque io la metta, resta sempre il fatto che mi sono arrogata il diritto di imprigionare gli altri dentro ciò che a me pare di vedere, sentire, pensare, immaginare, sapere”.

Da poco si è fatto un nome, Anita Raja, traduttrice di E/O, la casa editrice de L’Amica Geniale. Claudio Gatti, giornalista de Il Sole 24 Ore è andato a controllare le entrate finanziarie della Raja per scoprire che le erano aumentate di molto dall’uscita del primo volume dell’opera.
Le polemiche non si sono fatte attendere, voraci quanto la passione per la Ferrante, c’è chi parla di giornalismo gossip, chi di morbosità, chi di “beh, ma alla fine son questi gli articoli per i quali ci si fomenta, non quelli dei bambini siriani”. Tutto vero.
Quello che non capisco non è il giornalista che ha fatto il suo lavoro, dare una risposta ai quesiti del lettore, ma il lettore che sente il bisogno di dover dare una faccia a un nome, ad ogni costo.

Lo declamava Giulietta Capuleti in tempi non sospetti “Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.”

Sì, e infatti Gatti si giustifica, intervistato da Il Libraio, dicendo: “Faccio fatica a immaginare come un’opera d’arte possa essere rovinata da una conoscenza più approfondita della vita della persona che l’ha creata. Semmai ritengo sia sempre stato vero il contrario. Niente di quello che ho scritto in alcun modo sminuisce la qualità dei libri della Ferrante…”.

E ‘sti cazzi?

Io stimo una scrittrice che non ci vuol mettere la faccia, l’arroganza, il suo contorno e il suo background, mi piaceva una per la quale contavano solo le sue storie e non il suo personaggio.

Sempre Gatti a Il Libraio: “Era nata così La Frantumaglia, il saggio sedicentemente autobiografico dal quale i lettori hanno appreso che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana incline a esprimersi ‘nel suo dialetto’, e che lei aveva vissuto a Napoli fin quando non ne era ‘scappata via’ avendo trovato lavoro altrove. La mia inchiesta ha dimostrato però che niente di tutto corrisponde alla vita personale della scrittrice.”

E ‘sti cazzi?

È un personaggio pubblico, sì, ma è una romanziera, inventa racconti, crea situazioni e atmosfere, fa nascere amori, passioni, litigi, e se pure si inventasse la sua di biografia, ci starebbe mentendo? Nel paese dove troviamo buffo il bunga bunga, dobbiamo schifarci se un’autrice ha raccontato che sua madre era sarta e invece no, per dire?

In questa società siamo ben abituati a vedere, guardiamo le immagini, guardiamo la televisione, guardiamo le foto, siamo pigri. Così tanto che la fantasia viene scambiata per menzogna, la privacy per bugia, la religione per dogma, l’apparire per l’essere.

Evviva Elena Ferrante, evviva gli dei greci, evviva la fiabe, evviva le rose!

amica_geniale

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