Basta sprechi alimentari. Dal 14 settembre è entrata in vigore, la cosiddetta legge Gadda (dal nome della relatrice Pd Maria Chiara Gadda), un intervento finalizzato a favorire, a fini di solidarietà sociale, il recupero e la donazione di beni alimentari, farmaceutici ed altri prodotti in favore di soggetti che operano senza scopo di lucro. E, udite udite, l’Italia è il secondo Paese europeo, dietro solo alla Francia, a dotarsi di una normativa del genere.

Chi non butta via il cibo verrà premiato. È questo il principio alla base della lotta allo spreco alimentare che è diventata legge dello Stato, ma prima di capire che cosa cambia effettivamente facciamo un po’ di chiarezza sulle definizioni.

Per eccedenze alimentari si intendono tutti i prodotti che, pur mantenendo i requisiti di igiene e sicurezza, restano invenduti o non vengono somministrati per carenza di domanda, vengono ritirati dalla vendita perché non conformi ai requisiti aziendali, sono vicini alla data di scadenza, vengono sostituiti da nuovi prodotti in commercio, sono stati danneggiati da eventi meteorologici o non sono idonei alla commercializzazione per alterazioni dell’imballaggio. Per spreco alimentare, invece, si intende l’insieme dei prodotti alimentari scartati dalla catena agroalimentare per ragioni commerciali o estetiche ovvero per prossimità della data di scadenza, ancora commestibili e potenzialmente destinabili al consumo umano o animale e che, in assenza di un possibile uso alternativo, sono destinati a essere smaltiti.

Einkaufswagen mit Lebensmitteln im Supermarkt

Fatta questa necessaria distinzione ora vediamo cosa cambia per i consumatori e per gli operatori del settore alimentare. Prima le aziende e le catene di distribuzione potevano donare liberamente cibo in eccedenza fino a un valore di 5mila euro, oltre il quale era necessaria la comunicazione all’Agenzia delle Entrate che scoraggiava molti soggetti. Adesso questa soglia è stata alzata a 15mila euro per chi vuole donare cibo in eccedenza alle realtà non-profit e caritatevoli, mentre chi lo vuole distruggere deve seguire una procedura piuttosto complessa. Insomma, se doni hai la strada spianata, se distruggi hai la vita più complicata. Viene poi chiarito in maniera inequivocabile che il termine minimo di conservazione, la famosa dicitura del “da consumarsi preferibilmente entro la tal data”, non coincide con la scadenza. Significa che se quel termine minimo è stato da poco superato, il prodotto è ancora consumabile, basta che sia stato ben conservato e magari assaggiarlo e sentirne l’odore prima. Così si combatte il maggior fattore di spreco nelle case degli italiani.

Gli operatori del settore alimentare possono cedere a titolo gratuito le eccedenze alimentari alle organizzazioni che si occupano di distribuirle agli indigenti senza alcuno scopo di lucro (Onlus). Le organizzazioni devono destinare le eccedenze prioritariamente al consumo umano, e solo se non idonee al consumo umano possono essere destinate al consumo animale o al compostaggio. Le operazioni di raccolta o ritiro dei prodotti agricoli da parte dei soggetti cessionari viene effettuata sotto la loro responsabilità, nel rispetto delle norme di igiene e sicurezza alimentare.  È possibile donare anche le eccedenze derivate da attività agricole o di allevamento. La legge dice inoltre in modo chiaro che il pane potrà essere donato nell’arco delle 24 ore dalla produzione. E, per ridurre gli sprechi alimentari nel settore della ristorazione, permette ai clienti l’asporto dei propri avanzi con la ormai nota doggy-bag.
Non solo le onlus, ma anche gli enti pubblici, potranno essere considerati “soggetti donatori”. Si possono poi donare anche i cibi e farmaci con etichette sbagliate, purché le irregolarità non riguardino la data di scadenza del prodotto o l’indicazione di sostanze che provocano allergie e intolleranze. Non sarà poi richiesta la forma scritta per le donazioni gratuite di cibo, farmaci e altri prodotti e saranno coinvolte nella prevenzione dello spreco anche le mense scolastiche, aziendali e ospedaliere. Infine più spazio alle cosiddette produzioni a “chilometro zero”, che dovranno essere promosse dal ministero delle Politiche agricole nel quadro di azioni mirate alla riduzione degli sprechi. È inoltre istituito un fondo, con una dotazione di un milione di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017 e 2018, destinato al finanziamento di progetti innovativi, anche relativi alla ricerca e allo sviluppo tecnologico nel campo della shelf life (la vita del prodotto sullo scaffale) dei prodotti alimentari.

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Punto focale della legge anti-spreco italiana è l’introduzione di sgravi fiscali per chi sceglie di donare. Un’impostazione nettamente diversa rispetto alla legge francese che ha invece scelto di puntare sulla punizione e sulla sanzione. Si è molto parlato della legge francese, definendola un esempio virtuoso in contrasto con l’Italia ancora senza una regolamentazione nella lotta agli sprechi. E invece sembra proprio che rispetto ai nostri cugini d’Oltralpe la nostra legge sia migliore e più efficace. L’Italia ha seguito un’altra impostazione, quella basata sulla libera iniziativa di aziende e non-profit, su incentivi e agevolazioni per chi dona, scoraggiando la distruzione del cibo. Ma senza punire nessuno. Chi dona, inclusi i soggetti della grande distribuzione, non solo potrà fare semplicemente una dichiarazione consuntiva a fine mese – prima andava fatta 5 giorni prima della cessione – ma avrà agevolazioni fiscali e potrà ottenere uno sconto sulla tassa dei rifiuti proporzionale alla quantità di cibo donato. Per un quantitativo donato inferiore ai 15.000 euro sarà inoltre possibile non effettuare dichiarazioni. Il testo, inoltre, dà ai Comuni la facoltà di applicare un coefficiente di riduzione della tariffa sui rifiuti per le utenze non domestiche relative ad attività produttive che producono e distribuiscono beni alimentari e che a titolo gratuito li cedono, direttamente o indirettamente, alle persone in condizioni di bisogno o per l’alimentazione animale.

(Mappa sullo spreco di cibo in Europa)

(Mappa sullo spreco di cibo in Europa)

Secondo la Commissione Europea circa il 42% dello spreco prodotto ogni anno nei Paesi europei avviene a livello di consumo domestico. Per questa ragione, al fine di accrescere la consapevolezza dei cittadini, la legge dispone che la Rai assicuri un numero adeguato di ore di trasmissioni televisive e radiofoniche dedicate all’informazione e alla sensibilizzazione su comportamenti e misure idonei a ridurre gli sprechi alimentari, energetici o di altro genere. È poi prevista la promozione di campagne nazionali di comunicazione dei dati raccolti in tema di recupero alimentare e riduzione degli sprechi da parte dei Ministeri coinvolti, nonché di campagne informative per incentivare la prevenzione nella formazione dei rifiuti.

l problema degli sprechi alimentari è diventato di grande rilevanza nella nostra società. In Europa circa il 50% di cibo sano e commestibile si perde lungo la catena agroalimentare e non arriva al consumatore finale nei supermercati per motivi estetici e commerciali, ad esempio, trasformandosi in rifiuti.

Si stima che entro il 2020 la quantità di rifiuti alimentari aumenterà del 40% arrivando a toccare le 126 milioni di tonnellate di cibo sprecato, a meno che non si adottino delle strategie o azioni preventive. Stando ai dati della FAO, inoltre, sono 925 milioni le persone nel mondo a rischio denutrizione e l’aumento della popolazione mondiale richiederà un incremento della produzione alimentare entro i prossimi 35 anni.

Un minore spreco di prodotti alimentari non solo produce effetti positivi sull’utilizzo dei terreni e delle risorse, ma ha conseguenze anche sulla salute, sulle abitudini alimentari e sull’economia.

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