Siamo una generazione di sfigati, noi nati nella prima metà degli anni ’80, proprio come il bambino qui sopra nella foto. Abbandonato dietro a un albero che guarda le vecchie e le nuove leve procedere verso il futuro.
Siamo nati nel pieno ottimismo economico, dopo la generazione che ha fatto il ’68, quella che ha fatto il ’77, quella che ha papponeggiato negli anni ’80, e a un soffio dalla Generazione X.
Ci hanno messo al mondo genitori ai quali era bastato visualizzare la loro carriera e che, con la giusta fatica ma nemmeno troppo, la stavano realizzando con successo; ci hanno quindi cresciuti a suon di “se ti laurei, puoi fare tutto”, “se fai il liceo classico, potrai fare tutto”, “basta volerlo, e potrai fare tutto”. Abbiamo obbedito, lì per lì.
Abbiamo fatto il liceo classico che Kurt Cobain era morto già da un pezzo e a noi sono toccate le boy band, poi ci siamo diplomati quando la maturità è diventata il Quizzettone, crollavano le Torri Gemelle a New York e Manu Chao ci faceva saltellare. Avevamo ancora il telefono a disco (quello in cui infilavi il dito dentro nel buco del numero e giravi), e scrivevamo lunghe lettere, ma siamo stati i primi ad avere il cellulare, i primi a usare l’e-mail e Internet Explorer.

Ricchi di tanta tecnologia, strumenti nuovissimi e grandi ambizioni, ci siamo iscritti all’università, l‘università del 3+2, con decine di facoltà nuove, un po’ simili a quelle vecchie, un po’ diverse e un po’ così, che nemmeno i professori capivano bene che diamine stessero facendo. Ma siccome ci avevano detto che la laurea era tutto, noi caparbi l’abbiamo presa.

E ci siamo affacciati al mondo del lavoro. Quando? Più o meno quando c’è stata la crisi finanziaria del 2007 – 2009, e dunque, “ehm, ops, no. Non potrai fare quello che vuoi, ritieniti fortunato se trovi qualcuno a cui dare ripetizioni, intanto”. Oppure ci hanno dato la possibilità di fare degli stage, tipo otto di seguito, mal pagati o non pagati del tutto. “Ma ritieniti fortunato, che almeno qualcosa fai.”
Poi è uscito quel film Generazione 1000 Euro, mille euro che la prima volta che li abbiamo guadagnati, abbiamo esultato, sentendoci arrivati al traguardo ed appartenenti finalmente a qualcosa, la generazione dei mille euro appunto. Stipendio che ci siamo portati dietro a lungo, lunghissimo.
Intanto qualcuno si è accorto che questi giovani erano un po’ mosci, e così sono intervenuti con bonus, regolamentazione degli stage, incentivi ma: oh no, siamo troppo vecchi noi! Vabbè, godremo per i nostri fratellini. Noi siamo i fratelli di mezzo, quelli malcagati da tutti.

Ora siamo qui, affaticati e nella continua fatica quotidiana, e tutti ci rimproverano qualcosa, in ogni campo.

I nostri colleghi più grandi ci rimproverano di volere la pappa pronta, di non essere disposti a fare la gavetta, di essere arroganti. La gavetta in realtà l’abbiamo fatta per 10 anni, solo che non si chiamava gavetta, si chiamava stage, che forse il loro è durato un mese. Non siamo arroganti, vorremmo il giusto, ma nessuno ci ha insegnato a pretenderlo. Ci sentiamo miracolati, noi che siamo rimasti in Italia.
Perché i più furbi hanno dato il via al fenomeno della fuga dei cervelli, e così l’Italia rimane indietro culturalmente, tecnologicamente, scientificamente. Ma non ci avevano detto che la Globalizzazione era una cosa bella?

I nostri parenti e amici più grandi ci rimproverano di non essere politicamente impegnati, di non alzare mai la testa e dire la nostra, di non avere ideali. L’abbiamo fatto, a Genova nel 2001, e siamo stati massacrati, sia moralmente che fisicamente. Ora ci muoviamo sui social, che certo mettere l’immagine del profilo “Je suis Charlie” è quel che è, ma insomma, non è che loro con le manifestazioni ci hanno prestato un mondo migliore. E se dovessimo alzare la testa, l’alzeremmo proprio contro loro, i baby boomers che hanno creduto che il mondo fosse infinito e hanno fatto le cicale. E i baby boomers erano tanti, tantissimi, molti più di noi, e il loro voto aveva un peso quindi. Noi per ribellarci dobbiamo andarcene.

Ci rimproverano di non fare figli. Un figlio lo faremmo anche, e in effetti qualcuno lo fa, ma i nostri uomini hanno paura di non riuscire a badare alla famiglia poi, noi abbiamo paura di perdere il nostro lavoro, prima durante e poi, oltre alle questioni come l’asilo, i soldi, lo sappiamo.

Ci rimproverano che la musica nostra fa schifo, il cinema è morto, e la letteratura è Fabio Volo. Forse questo è vero.

A Milano si dice sta sù de dòss, lasciami stare; ecco, noi vorremmo non avere sempre la sensazione di doverci giustificare con gli “adulti”, perché i nuovi adulti siamo noi e ancora dobbiamo essere messi alla prova, e vorremmo lo spazio per farlo.
Voi comprendeteci e mettetevi un po’ più in là, male che vada noi vi insegneremo a guardare un film in streaming.

 

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