“L’umanità si ricorderà del 4 novembre 2016 come del giorno in cui i Paesi del mondo hanno fermato la marcia verso una catastrofe climatica che sembrava inevitabile e hanno aperto la strada per un futuro sostenibile”. Con queste parole Patricia Espinosa – segretario esecutivo della Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico – ha voluto celebrare l’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, risultato dei negoziati “più complessi, completi e sensibili mai intrapresi” nella storia.

Ma cos’è l’Accordo di Parigi? E la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico? E la Cop 22 che si sta svolgendo in questi giorni a Marrakech? Ripartiamo dall’inizio, sarà un lungo viaggio, ma vale la pena cercare di fare più chiarezza possibile perché è del nostro Pianeta che si parla.

La Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico. 

Dal 3 al 14 giugno 1992 per la prima volta nella storia i capi di Stato del mondo si riuniscono a Rio de Janeiro in Brasile per discutere di ambiente. Un evento che è poi passato alla storia con il nome di Summit sulla Terra o Conferenza di Rio. Il nome ufficiale è però United Nations Conference on Environment and Development (UNCED; in italiano Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite).

Bene, è proprio in quei giorni che ha visto la luce la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) che altro non è che un trattato ambientale internazionale che punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale. Trattato che, non poneva in capo agli Stati obblighi, ma prevedeva la possibilità che le parti firmatarie adottassero, in apposite conferenze, atti ulteriori (denominati “protocolli”) che avrebbero potuto stabilire limiti obbligatori di emissioni, come il famoso Protocollo di Kyoto.

La Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico è entrata in vigore il 21 marzo 1994 avendo ricevuto la ratifica di più di 50 Paesi. Da quel momento, gli Stati si sono incontrati annualmente nelle varie Conferenze delle Parti (COP), per analizzare i progressi nella lotta ai cambiamenti climatici.  Le Cop – attenzione – non sono “conferenze” nel senso più tradizionale del termine: sono piuttosto una sorta di assemblea dove tutti i Paesi partecipano e dicono la loro, a volte in sessioni plenarie pubbliche, in altri casi in gruppi più piccoli, a volte in presenza di osservatori esterni e altre volte senza di loro. Sono sedi di negoziato e di aggiornamento reciproco di informazioni e posizioni, che talvolta si concludono con decisioni e testi giuridici come il Protocollo di Kyoto del 1997 o l’Accordo di Parigi del 2015 appena entrato in vigore. La prima di queste è stata organizzata a Berlino nel 1995 (per questo è nota come Cop 1 o Mandato di Berlino). E proprio in questi giorni (dal 7 al 18 novembre 2016) si sta svolgendo a Marrakech la Cop 22.  Dopo ne parleremo meglio, ma prima dobbiamo sottolineare un’altra cosa importante per comprendere meglio cosa sta succedendo.

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Gli Stati firmatari e dell’Annesso

Come abbiamo visto la Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico è entrata in vigore con la firma di 166 nazioni (ora sono 197). Ma bisogna ricordare che gli Stati firmatari furono suddivisi in tre gruppi con impegni diversi definiti: Paesi dell’Annesso I, Paesi dell’Annesso II, Paesi in via di sviluppo.

  1. I Paesi dell’Annesso I comprendono tutti i Paesi industrializzati e quelli in via di transizione (Europa dell’Est ed ex Unione Sovietica) i quali concordano nel “riportare singolarmente o congiuntamente le emissioni antropogeniche di anidride carbonica e di altri gas serra ai livelli del 1990”. Paesi dell’Annesso I sono: Australia, Austria, Bielorussia, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Federazione Russa, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Giappone, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Unione Europea.
  2. I Paesi dell’Annesso II sono invece i soli Paesi industrializzati i quali, oltre a ridurre le proprie emissioni, devono impegnarsi a trasferire tecnologie verdi nei Paesi in via di sviluppo. I Paesi dell’annesso II sono: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Unione Europea, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Giappone, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti d’America.
  3. I Paesi in via di sviluppo, o non Annex, restano esclusi da impegni precisi per evitare un rallentamento della crescita industriale. Questi Paesi non hanno obblighi rispetto alla Convenzione e per combattere i cambiamenti climatici ricevono denaro e tecnologia dai paesi industrializzati poiché devono dare la priorità allo sviluppo economico e alla lotta alla povertà. Una volta raggiunti livelli sufficienti di sviluppo, possono volontariamente entrare a far parte dei paesi dell’Annesso I.

Questa distinzione è importante perché alcuni oppositori alla Convenzione credono che le differenze tra i Paesi dell’Annesso I e i Paesi in via di sviluppo non siano corrette dal punto di vista concorrenziale, e che entrambi debbano ridurre le loro emissioni. Alcune nazioni ritengono che i costi per ottenere gli obiettivi espressi nella Convenzione possano stressare la propria economia. Queste sono alcune delle motivazioni, per esempio, date da George W. Bush, il presidente degli Stati Uniti dal 2001 al 2009, per non ratificare il Protocollo di Kyoto.

Hundreds of environmentalists arrange their bodies to form a message of hope and peace in front of the Eiffel Tower in Paris, France, December 6, 2015, as the World Climate Change Conference 2015 (COP21) continues at Le Bourget near the French capital. REUTERS/Benoit Tessier TPX IMAGES OF THE DAY - RTX1XF6V

(Centinaia di ambientalisti manifestano in favore della pace e dell’ambiente durante la Conferenza sul clima di Parigi del 2015. Reuters/Benoit Tessier).

L’ Accordo di Parigi

Dal Summit sulla Terra sono passati 24 anni ed eccoci all’Accordo di Parigi. Il testo approvato alla Conferenza sul clima di Parigi (o Cop 21) il 12 dicembre 2015 è entrato in vigore il 4 novembre. Per l’entrata in vigore del trattato era necessaria la ratifica di almeno 55 Paesi, pari al 55% delle emissioni globali di gas serra: la soglia è stata superata il mese scorso, anche grazie allo strappo dell’Unione Europea, che ha deciso di agire senza aspettare i singoli Paesi membri. Da allora i ritardatari hanno fatto a gara per arrivare con le carte in regola all’ appuntamento successivo: la Cop 22 che si è aperta questo 7 novembre a Marrakech. Sul filo di lana anche l’Italia: Camera e Senato hanno dato il via libera a quasi sei mesi dalla firma del trattato e a soli sette giorni dall’inizio della Conferenza in Marocco. Senza la ratifica saremmo rimasti dei semplici spettatori ai negoziati che ora puntano a definire gli strumenti per l’applicazione dell’Accordo di Parigi. Il trattato per la prima volta unisce tutti gli Stati del mondo nel comune impegno di ridurre le emissioni di gas serra e adottare una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici. Uno sforzo comune, globale volto a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con un tentativo, se fosse possibile, a non superare nemmeno la soglia degli 1,5 gradi.

Ad oggi sono 94 i Paesi ad aver ratificato l’Accordo di Parigi, con Stati Uniti, Cina, India e Unione europea in testa. Un evento storico perché, per la prima volta, tutti gli Stati che danno un contributo maggiore alla produzione di CO2 (il principale gas serra) hanno preso l’impegno formale per la loro drastica riduzione. Eccezionale perché diventa operativo a meno di un anno dalla Conferenza di Parigi.

Cosa prevede l’Accordo di Parigi?

  • Aumento della temperatura entro i 2°. Alla Conferenza sul Clima che si è tenuta a Copenaghen nel 2009, i circa 200 Paesi partecipanti si diedero l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale. L’accordo di Parigi stabilisce che questo rialzo va contenuto “ben al di sotto dei 2 gradi centigradi”, sforzandosi di fermarsi a +1,5°. Per centrare l’obiettivo, le emissioni devono cominciare a calare dal 2020.
  • Consenso globale. A differenza di sei anni fa, quando l’accordo si era arenato, questa volta ha aderito tutto il mondo, compresi i quattro più grandi inquinatori: oltre all’Europa, anche la Cina, l’India e gli Stati Uniti si sono impegnati a tagliare le emissioni.
  • Controlli ogni cinque anni. Il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi che dovrà svolgersi ogni cinque anni. Ma già nel 2018 si chiederà agli Stati di aumentare i tagli delle emissioni, così da arrivare pronti al 2020. Il primo controllo quinquennale sarà quindi nel 2023 e poi a seguire.
  • Fondi per l’energia pulita. I Paesi di vecchia industrializzazione erogheranno cento miliardi all’anno (dal 2020) per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e decarbonizzare l’economia. Un nuovo obiettivo finanziario sarà fissato al più tardi nel 2025. Potranno contribuire anche fondi e investitori privati.
  • Rimborsi ai Paesi più esposti. L’accordo dà il via a un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei Paesi più vulnerabili geograficamente, che spesso sono anche i più poveri.

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Le critiche degli scienziati sono molte, a livello planetario. L’Accordo di Parigi è stato contestato soprattutto perché non ha fissato un calendario per l’azzeramento delle emissioni, ossia per la progressiva ma totale sostituzione delle fonti energetiche fossili. D’altra parte, la politica dei piccoli passi sembra dare i primi risultati. Basta ricordare gli ultimi successi raggiunti il mese scorso: lo storico accordo per compensare le emissioni di gas serra nel settore aereo, atteso da oltre vent’anni, e quello per limitare i gas refrigeranti Hfc. Ora la palla passa alla Cop 22 di Marrakech, dove si svolgerà la prima riunione delle Parti dell’Accordo di Parigi. Per dare piena attuazione a Cop 21 servirà del tempo e una lunga serie di accordi operativi che cominceranno ad essere stilati proprio nel corso della Cop 22. L’agenda è fitta: tra i temi in discussione la messa in opera dell’Accordo di Parigi, lo sviluppo della sua regolamentazione, i finanziamenti per l’adattamento e l’attenuazione degli effetti dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo e – punto chiave – la proposta di una roadmap per trovare quei famosi 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. Un momento centrale sarà la Marrakech Call to Action, la chiamata all’azione. «Quello che un tempo sembrava impensabile, ora è inarrestabile – ha già avvertito il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon – Ora dobbiamo passare dalle parole ai fatti».

L’umanità consuma ogni anno risorse pari a 1,6 volte in più di quelle che il nostro mondo può offrire e ha ormai sorpassato quattro delle nove “Frontiere planetarie” (clima, integrità della biosfera, flussi biogeochimici di azoto e fosforo e cambiamenti nell’uso del suolo), oltre le quali si mettono a rischio i processi sistemici che mantengono la vita sulla Terra.

Il 2020, anno in cui entreranno in vigore gli impegni presi nell’Accordo di Parigi, è identificato dal rapporto Wwf come un punto di non ritorno. Ecco perché non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Non è tempo di festeggiare, è tempo di impegnarsi. Concretamente e velocemente.

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  • Coraggio! essere sobri è la scelta giusta in tutti i campi!
    Se si allunga lo sguardo poi ci si può “affacciare”
    fuori dai confini della Terra: ci sono altri spazi…chissà?!

    • Ludovica Monarca says: (Author)
      8 novembre 2016 at 20:24

      Di certo non dobbiamo scoraggiarci, ma dobbiamo sicuramente impegnarci tutti nel prenderci più cura del nostro Pianeta.
      È una cosa che non possiamo più rimandare, una realtà che dobbiamo affrontare. Per il bene di tutti.
      Hai ragione: la sobrietà negli ultimi decenni è stata sicuramente sottovalutata. È tempo di riscoprirla insieme.

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