• Parità di genere
  • rapporti di genere
  • dinamiche di genere
  • il genere due generi o tanti generi ?

e ancora:

  • il gender!
  • la teoria del gender
  • l’ideologia del gender.

Tutti ne parlano, ma… di che cosa stiamo parlando?

Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Partiamo da un fatto a tutti noi noto: nel momento in cui nasciamo, e spesso ancor prima che questo avvenga, la prima cosa che viene definita di ognuno di noi è proprio il genere.

Questo viene definito in base a ciò che ognuno di noi si trova in mezzo alle proprie gambe:

pene = maschio

vagina= femmina.

Chiunque di noi sa che funziona così, la maggior parte di noi lo dà per scontato. Ma proviamo a vederla in questi termini: prima ancora di aver acquistato la vista e la capacità di parlare, prima ancora di aver capito di esistere, ognuno di noi è già stato definito maschio o femmina.
Non è cosa da poco, a ben pensarci, perché quella “F” o quella “M” riportata sul nostro certificato di nascita, a poche ore dal nostro primo vagito, ci rende ufficialmente parte della società in cui nasciamo e in un posto già ben definito, proprio in base al nostro genere: le femmine saranno bambine a cui ci aspettiamo che piacerà giocare con le bambole, travestirsi da principessa e fare corsi di danza; finché saranno piccole chiederemo loro se hanno trovato un fidanzatino, mentre da adulte ci aspettiamo che trovino un uomo di cui diventare mogli per poi mettere al mondo uno o più figli e prendersene cura. I maschi invece, ci aspettiamo che siano bambini vivaci a cui piace fare la lotta e giocare con le macchinine, ce li immaginiamo tifare la squadra di calcio insieme al papà e ci aspettiamo che facciano carriera, che trovino un lavoro importante e che permetta loro di essere un riferimento economico per la loro famiglia.

Certo, il mondo non rientra tutto in questi schemi veloci, ma nessuno di noi trova bizzarro che tutto ciò accada, no?

Se invece vi raccontassi la storia della piccola Lucia che a carnevale si traveste da Batman, che sogna di sposarsi con Giulia, tifosa sfegatata della Juve, che passa i pomeriggi a giocare a Tekken, che finite le scuole trova lavoro come camionista e che non vuole avere bambini perché non vuole avere responsabilità? Un po’ strano, effettivamente, ci parrebbe. Se Lucia si chiamasse Luca, questa storia, invece, ci sembrerebbe quasi banale. Perché?  Perché quelle aspettative che investono la nostra esistenza sin dal nostro primo giorno di vita, si materializzano nelle nostre relazioni primarie, nei vestiti che portiamo, nei giochi che riceviamo a Natale, nelle professioni che svolgiamo, nel linguaggio che utilizziamo e così via.

Ognuna di queste questioni meriterebbe un approfondimento. Ma proviamo a porci qualche interrogativo: Perché è così difficile che un ragazzo venga assunto come babysitter? Perché in Italia nessuna donna è mai stata Presidente del Consiglio o della Repubblica?

Torniamo allora al giorno della nostra nascita e al momento in cui ci hanno assegnato ad un genere.

Nel momento in cui il dottore dice ad alta voce “é femmina!”/ “è maschio” e l’impiegato all’anagrafe lo trascrive sui documenti, non stanno constatando soltanto il nostro sesso: stanno definendo per la prima volta il nostro ruolo nella società.

Sociologi e antropologi da decenni si occupano di comprendere come mai l’assegnazione del genere sia così forte e radicata nella storia delle società. Le teorie emerse sono varie e anche molto complesse, ma in breve la spiegazione che accomuna le diverse ricerche è la seguente:

la società, intesa come insieme di esseri umani che formano un gruppo che provvede alla sopravvivenza e alla vita collettiva, si basa su una suddivisione e una ripartizione dei compiti. Da diverse migliaia di anni questa divisione si fonda sul genere. È la distinzione sociale tra maschi e femmine, ovvero il genere, a prestabilire il ruolo sociale di ognuno di noi.

Allo stesso tempo però le società sono molte, molto diverse tra loro e in continua trasformazione lungo corso della storia. Insieme al modificarsi della società anche il genere si modifica, perché si modifica anche l’insieme di valori che viene costruito attorno ad esso.

Pensiamo all’antica Sparta in cui era “normale” che le donne avessero rapporti con più uomini allo stesso tempo, all’ideale di donna-angelo che esisteva nel Medioevo, o alla diagnosi di “isteria” che da fine ‘800 bollava le donne che alzavano la voce, pensiamo allo stigma di depravazione che ha colpito le prime donne che hanno osato indossare la minigonna: il genere ha un significato in continua trasformazione.

Pur cambiando il significato, il genere, dacché esiste nella storia umana, permette dunque la suddivisione dei ruoli nella società, ma quel che occorre dire è che i ruoli che vengono così a definirsi non hanno la stessa importanza, lo stesso valore nella società stessa, ad essi non è attribuito lo stesso potere. Al contrario una gerarchia implicita definisce i ruoli di genere: le donne valgono meno degli uomini, e di conseguenza hanno meno potere.

Pensiamo ad alcune espressioni comune come “sesso debole” per indicare le donne, oppure “portare i pantaloni” per indicare chi comanda, al termine “femminuccia” per insultare un uomo, o a quello di “puttana” per insultare una donna (di cui per altro la versione al maschile non esiste).

Pensiamo al diritto di voto alle donne, introdotto in Italia solo 71 anni fa, o il diritto di andare all’università, di possedere una casa o la tutela legale dei figli: tutti diritti riservati ai soli uomini fino a un centinaio di anni fa. Pensiamo al matrimonio riparatore con cui fino a 35 anni fa si poteva per l’appunto “riparare” a uno stupro attraverso il matrimonio. Pensiamo alla quantità di donne uccise, ancora oggi dai propri mariti. Pensiamo infine ai cosiddetti lavori domestici, come pulire casa, fare da mangiare, prendersi cura dei bambini così come dei parenti più anziani: sono i lavori che storicamente vengono svolti dalle donne in casa: li chiamiamo lavori, ma non sono pagati. A meno che nessuna donna di casa possa occuparsene, e allora sarà una donna delle pulizie a farlo, una badante, o una babysitter.

Eppure questa gerarchia dei generi non è fissa né uguale a se stessa dacché esiste: essa cambia e subisce mutamenti, così come cambia e si modifica il significato di genere.

Ma perché esiste questa gerarchia? Come e perché si è modificata nel tempo?  

Si potrà mai arrivare a un’uguaglianza dei generi? Può esistere una società senza generi?

E di quanti generi possiamo parlare? Ognuna di queste domande merita una riflessione. Ci prenderemo il tempo di affrontarle una per una. E forse, più che dare risposte, arriveremo a porci nuove altre domande.

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