Nella puntata precedente, abbiamo sviluppato alcune riflessioni sulla funzione sociale dei generi, e di come queste categorie servano a definire i ruoli di ciascuno di noi nella società.

Con queste premesse, possiamo affrontare una nuova, non semplice, domanda: ma quanti generi esistono?

Come già si diceva la volta scorsa, siamo tendenzialmente abituati a dividere in due grossi gruppi l’intero corpo sociale, i maschi da una parte e le femmine dall’altro, in base al sesso.

Eppure le cose non sono così schematiche, e per riuscire ad affrontarle dobbiamo renderci conto di una cosa molto importante: il nostro modo di guardare, analizzare e comprendere il mondo non è neutro, e non è lo stesso, per altro, in qualsiasi parte del mondo.
Dal nostro punto di osservazione, il Nord del mondo, l’Europa, l’Italia, dobbiamo essere consapevoli che nel corso della storia abbiamo ereditato uno schema di pensiero molto preciso, che in filosofia viene definito “aristotelico”: siamo infatti abituati a concepire che nella realtà esiste una cosa e il suo contrario, e che queste due formino per l’appunto una coppia di opposti: il bianco e il nero, il vero e il falso, l’Occidente e l’Oriente, la natura e la cultura, la razionalità e l’irrazionalità, il positivo e il negativo, il normale e l’anormale, il maschile e il femminile…

Avere consapevolezza degli occhiali che indossiamo per guardare il mondo è l’unico modo per capire che quegli occhiali, per un momento, possiamo anche sfilarli, appoggiarli sul comodino, e provare a vedere il mondo… più sfumato.

Al mondo non esistono (solo) i maschi e le femmine. E per diverse ragioni.

Partiamo da un dato biologico. Sappiamo tutti il termine maschio e quello di femmina vengono fatti corrispondere in biologia a due tipologie di corredo cromosomico, il primo caratterizzato dai cosiddetti cromosomi XY e il secondo dai cromosomi XX, ma meno spesso sappiamo che non esistono solo queste due possibilità. Alcune persone possiedono invece un corredo XXX, altre XXY, altre ancora XYY, XXXY, ma anche XXXX, XXYY oppure XXXXY ! Ognuna di questi casi meriterebbe un approfondimento, ma per sintetizzare mi limito ad un solo dato: una persona ogni 1666 non è né XX né XY.

Sia per fattori legati a questo ventaglio di corredi cromosomici sia per ragioni ormonali, ma anche semplicemente a causa del proprio rapporto con se stessi, non tutti gli esseri umani sono così facilmente incasellabili nella categoria di “maschio” o in quella di “femmina”.

Alcune persone, per esempio sono “intersessuali”: con questo termine si definiscono quelle persone che non hanno per l’appunto dei tratti così marcatamente “femminili” o “maschili” o che si trovano a possedere entrambi, sia per caratteri fisici come il seno o la barba, ma anche a livello di apparato riproduttivo. La cosa che può farci riflettere è che in Italia, per esempio, i bambini che nascono con dei genitali sia “maschili” che “femminili”, subiscono delle operazioni chirurgiche subito dopo la nascita con cui il sesso viene ridefinito in senso completamente “maschile” o “femminile”. L’Onu ha recentemente ammonito l’Italia a causa di questa pratica, che costringe la persona ad aderire ad un solo genere contro la propria volontà  e prima ancora che la persona possa esprimere la propria identità soggettiva.

L’intersessualità a dire il vero ci permette di riflettere su delle questioni anche molto più banali: molte donne hanno i baffi (ed esistono in commercio decine di prodotti per ridurli o asportarli) mentre a molti uomini non cresce la barba. Alcune donne hanno dei seni quasi impercettibili, alcuni uomini hanno un petto decisamente evidente e formoso. Alcune (tantissime!) donne hanno dei peli molto evidenti sulle gambe, certi uomini ne hanno pochissimi. Insomma, la differenza che ci può essere tra una donna e un’altra donna,  o tra un uomo e un altro uomo, può essere estremamente più evidente delle differenze tra un uomo e una donna.

E infine, lasciate ancora gli occhiali di Aristotele sul comodino, perché è bene sapere anche che non tutte le donne hanno una vagina e non tutti gli uomini hanno un pene.

Eggià, perché una volta assunto l’origine sociale del significato del genere, siamo ora in grado di capire che non necessariamente tutte le persone si sentono a proprio agio in quel genere assegnato alla nascita, per mezzo della coppia di opposti maschio/femmina.

Si definiscono transgender quelle persone che non si riconoscono nel genere che è stato loro assegnato, e che al contrario tendono verso quello che socialmente è definito il suo opposto: è così che alcune persone hanno un pene e si definiscono donne, altre una vagina e si definiscono uomini. Alcune di queste scelgono di sottoporsi ad un intervento chirurgico e/o ormonale affinché la loro definizione di sé corrisponda anche fisicamente al genere in cui si riconoscono. Qualora si intervenga chirurgicamente anche per una modifica dei genitali, e solo in questo caso, si parlerà di una persona transessuale. Come per l’intersessualità, anche l’esistenza trans crea una tensione forte tra la realtà e la società costruita con le lenti aristoteliche degli opposti perché le mette in discussione.  

Eppure, la legge vigente nel nostro paese è ferrea nel mantenere la distinzione binaria tra uomini e donne, e vieta per esempio l’assegnazione di nomi maschili alle femmine e viceversa. Così, se una persona transgender non vuole sottoporsi ad intervento chirurgico ma vuole soltanto cambiare nome all’anagrafe non può farlo: se vuoi cambiare, ti dice la legge, ti devi operare.

Ma per chi cambia sesso, la strada non è affatto semplice, anzi molto spesso è un calvario molto doloroso. Questo deriva dal fatto che le persone transgender e transessuali vengono considerate come affette da disturbi psichici. La psichiatria, che elenca in un manuale chiamato DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) tutte le “malattie mentali”, ha definito la transessualità come un disturbo fino al 2013.
È solo grazie ad estenuanti battaglie che il movimento trans ha ottenuto nel 2014 una modifica di questa definizione.
Oggi il DSM non considera più la transessualità come un disturbo ma definisce “disforia di genere” solo quei casi in cui alla transessualità sia legata una condizione di sofferenza psichica.

Altre persone ancora, invece, non si identificano né come uomini né donne. Si tratta di una condizione talmente lontana dalla concezione dominante in cui abbiamo sviluppato la nostra cultura e la nostra lingua, che in italiano non esiste un termine per definire questa posizione.
Negli Stati Uniti, negli anni ‘80, queste persone venivano regolarmente insultate e definite come “strane”, “bizzarre” (in inglese,
queer), facendo rientrare per altro sotto questo appellativo tutte le persone che non corrispondevano allo standard sociale di uomo e di donna, per cui anche le persone omosessuali, bisessuali, ma anche trans e intersex. Con un atto politico molto forte tutte queste persone hanno deciso di tenersi insieme in un solo movimento e di lottare insieme per difendere la propria dignità di essere umani: lottare significava allora rivendicare quella dignità negata da tutte norme giuridiche e sociali che facevano – e fanno ancora oggi – della loro (nostra) esistenza una stranezza, da mettere al margine o da correggere. Queer è diventato un termine di rivendicazione, di cui quel movimento si è impossessato, affermando l’orgoglio (in inglese, il pride) di essere “strani”. Oggi questo termine è arrivato anche in Italia, più come oggetto di studio accademico che come realtà sociale.

davidbowie

Effettivamente, l’idea che si possa non avere un genere, è un’idea che mette in crisi dal profondo le certezze su cui fondiamo l’intera nostra esistenza e la nostra società. Cosa succederebbe al mondo se smettessimo di definire le persone attraverso i generi e soprattutto attraverso le categorie di opposti? Cosa succederebbe se ammettessimo che la realtà non è fatta soltanto di una cosa e del suo contrario, ma che molto di ciò che siamo e viviamo le contiene entrambe?

Cosa succede quando ci rendiamo conto che si può essere sia maschili che femminili allo stesso tempo o nessuno delle due cose? Cosa succede se ammettiamo che non esiste solo bianco o nero, ma infinite sfumature di grigio? Cosa succede se ammettiamo che uno stesso luogo può essere Occidente o Oriente a seconda di dove ti trovi a guardarlo, e che quindi un’affermazione può essere anche vera e falsa allo stesso tempo?

E allora per tornare al genere, se non esistesse più una distinzione binaria tra maschile femminile, smetterebbe forse di cessare anche la polarizzazione tra normale ed anormale, tra positivo e negativo? Cosa succederebbe al mondo se non esistesse alcun ruolo sociale assegnato in base al genere? E perché invece è così forte questa assegnazione tanto da arrivare a operare dei bambini o vietare di dare un nome da maschio a una femmina?

Ancora una volta sono le domande a concludere e non le risposte.
I vostri occhiali vi aspettano ancora sul comodino.
Provate ad indossarli di nuovo.

Che effetto fa?


Un bel film che tratta l’intersessualità è Arianna, di Carlo Lavagna.

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