Quando la primavera scorsa siamo stati chiamati a destinare il nostro 8 per mille alla Chiesa Cattolica, alla Chiesa Valdese o alla Stato, i nostri miseri spiccioli sono serviti a qualcosa di buono, in parte, e in questo caso: i corridoi umanitari.
Un progetto pilota nato grazie all’articolo 25 del regolamento visti dell’Unione europea per volontà di Comunità di sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche in Italia e Tavola valdese e siglato dai ministeri dell’Interno e degli Affari esteri. L’accordo prevede l’accoglienza di mille profughi, nell’arco di due anni, con visto umanitario provenienti da Libano, Marocco e dall’Etiopia.

Che vuol dire no ai viaggi della morte stipati nei barconi o rinchiusi nei camion, no al racket degli scafisti, sì alla possibilità di fuga anche per persone in “condizioni di vulnerabilità”: i profughi arrivano in aereo, accolti dalle comunità in aeroporto, con documenti regolari e visti, senza l’umiliazione di sentirsi dire “statevene nel vostro paese, clandestini che non siete altro”.

Tra l’1 e il 2 dicembre 2016 sono sbarcati a Fiumicino 100 persone provenienti dal Libano e in fuga dalla Siria (Aleppo, Hama, Homs), per un totale di 500 dall’inizio del progetto.

Prima di cominciare a mugugnare, sappiate che:
L’accoglienza e l’integrazione sono a carico delle organizzazioni promotrici: assistenza legale, ospitalità e sostegno economico. Che non vengano i soliti a dire “eh ma i 35 euro a loro, a noi niente”.
– L’iniziativa è totalmente autofinanziata. Come sopra.

Io ho scoperto dell’esistenza dei corridoi umanitari, che come tutte le cose belle non vengono sventolate più di tanto, da Marta.
Marta Santamato Cosentino è una mia amica, ma soprattutto è una giornalista che qualche anno fa ha scelto Beirut come base, e il Medio Oriente come area di interesse professionale, ma con il cuore.
L’ho vista partire a febbraio per fare un trasloco a Beirut da una casa a un’altra e l’ho vista tornare qualche mese più tardi in compagnia di una famiglia siriana, arrivata in Italia tramite i corridoi umanitari appunto, e un documentario da lei diretto, “Portami Via“.

«Sono inciampata nella famiglia Maccawi e nella sua storia un pò per caso, come spesso avviene con le persone e le situazioni che, nell’arco di una vita, finiscono per segnare un passaggio, lasciando un segno.

Era l’autunno del 2015 quando, lavorando insieme a Gad Lerner, ho sentito parlare per la prima volta dei corridoi umanitari che, nel giro di pochi mesi, avrebbero portato in sicurezza dei profughi in Italia a bordo di un aereo in partenza da Beirut.

“Se le persone muoiono in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, invece di piangere altre vittime mettiamo a disposizione dei vivi degli aerei”.

Nulla di più elementare, nulla di più rivoluzionario.

Abitavo a Beirut già da tempo e, una volta tornata lì dove sentivo di essere a casa, ho avuto l’istinto, la curiosità e la giusta dose di presunzione di diventare il diario di viaggio di coloro cui, finalmente, venivano offerte le condizioni per esercitare in sicurezza il diritto a mettersi in salvo. Volevo che i miei occhi, il mio tempo e il mio lavoro diventassero le pagine su cui scrivere una poesia della salvezza di cui desideravo essere testimone. Solo col tempo mi sono accorta che quella storia, quelle storie, fossero diventate anche la mia e per la prima volta mi è sembrato di capire cosa volesse dire Wislawa Szymborska quando scriveva “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”.

Ho conosciuto Jamal e la sua famiglia in un pomeriggio di marzo quando erano già settimane che andavo in giro per il Libano a conoscere le famiglie che sarebbero partite con il secondo corridoio umanitario ai primi di Maggio. Quando sono uscita da quell’appartamento nella parte alta di Tripoli, ho capito che avevo qualcosa di prezioso tra le mani. Quando sono tornata a trovarli a distanza di pochi giorni ho capito che saremmo diventati colleghi di lavoro, compagni di viaggio, compaesani, amici. Ho frugato nelle loro vite, ho cercato di capire che cosa si potesse mai provare nel lasciarsi alle spalle una vita “tra i gelsomini del Levante” per andare verso l’ignoto. Un ignoto più sicuro, certo, ma in cui doversi costruire una nuova identità. Ho cercato di capire che cosa significasse non potersi permettere il lusso della nostalgia, tenendo testa all’abbraccio dell’oblio.

Abbiamo viaggiato da Tripoli a Torino tenendoci per mano perché bisogna migrare, non c’è altro modo, se si vuole avere il privilegio di raccontare come, quando e perché le persone mettono in pericolo la propria vita per iniziarne una nuova».

(Foto di Agnese Da Col)

(Foto di Agnese Da Col)

E conclude Marta: «I corridoi umanitari non possono, a mio avviso, rappresentare l’unica soluzione alla gestione dei flussi migratori ma servono a smascherare un’ipocrisia perché ci obbligano a domandarci se non sia davvero possibile fare di più.

Parlare e praticare vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo non è più solo un’utopia ma una pratica possibile. E le 400 persone che, dallo scorso febbraio, sono atterrate a Fiumicino, sono la prova in carne ed ossa che tutto questo si può fare. Così come le migliaia di persone tratte in salvo dalle navi di Medici Senza Frontiere sono la prova vitale che ci siano altri modi di attraversare il Mediterraneo, in sicurezza, senza alimentare i flussi di denaro dei trafficanti di uomini. Sono al contempo la dimostrazione della forza e dello stimolo della società civile, talvolta, un passo avanti ai nostri governi».

Ora quale governo staremo a vedere, ma intanto – e non lo sponsorizzo perché è amica mia – Marta ha aperto un crowfdunding, una raccolta fondi online, perché il documentario se l’è auto-prodotto e ora non ha più soldi nemmeno per prendere il tram per andare  a presentare il suo documentario in giro. Ed è una storia che va portata in giro.
Basta poco, si può donare la somma che si vuole e potete farlo a questo link.
Se non potete, contribuite facendo girare il suo lavoro, condividendo i progetti buoni, raccontando, spiegando, interessandovi.
Questa la Pagina Facebook.

 

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