A costo di far venire la nausea a tutti i cinici, da tastiera e non, lo dichiaro spudoratamente: io adoro il Natale. Mi piace tutto di dicembre: i colori, il cibo, le tradizioni e anche i “detti”. Sì, anche quelle frasi che sembrano non avere senso tipo: “A Natale siamo tutti più buoni”.

E sapete perché? Perché è vero. Anche se il Natale c’entra poco. È che a forza di sentircelo dire mentre mangiamo il panettone e addobbiamo l’albero qualcuno di noi se ne convince di poter essere più buono. E fa la sua parte.

La chiave non è il Natale è la consapevolezza che si può sempre essere più buoni, fare la propria parte.

Ce lo ha ricordato la bellissima storia della giovane operaia di Marostica con una bimba di sei anni colpita da una malattia degenerativa. Una donna, una mamma che di fronte alla necessità di richiedere l’aspettativa dal lavoro per assistere la piccola, dopo aver esaurito tutte le ferie, i permessi e il congedo da legge 104, ha ricevuto un inaspettato dono che le farà riprendere il fiato.
I suoi colleghi hanno deciso di devolvere a lei alcuni giorni delle loro ferie per poter seguire la sua bambina: 198 giorni di ferie, dieci mesi senza perdere il posto di lavoro, e ricevendo il regolare stipendio.

La cosa più bella è che l’azienda per cui lavora questa donna non è piccola. Molti degli operai non conoscono nemmeno la donna a cui hanno cambiato la vita. Così come gli abitanti di via Padova a Milano che si autotassano da anni per aiutare le persone in difficoltà senza chiedere niente, senza neanche voler nemmeno apparire.

Perché lo fanno? Secondo me perché hanno capito che tutti, anche solo per un attimo, possiamo scegliere di avere la responsabilità di intervenire e dare una mano a chi chiede aiuto intorno a noi. Impegnandoci per cambiare ciò che non ci piace, che non ci sembra giusto.

Certe storie ci ricordano quanto può essere semplice, banale. Altre ci ricordano quanto sia giusto farlo, anche se sembra difficile.

È la storia Diego Lorenzon, 53 anni, finito in tribunale da imputato di omesso versamento di ritenute certificate. 262 mila euro del 2011: preferì pagare gli stipendi dei 50 dipendenti della sua azienda e onorare gli impegni con i fornitori, posticipando i versamenti al Fisco.

«Le banche ci hanno chiesto di rientrare – ha raccontato Lorenzon al giudice come riportato da un articolo della Stampa –  dovevamo acquistare la materia prima in contanti. Che cosa dovevamo fare in queste condizioni disperate? Ho chiesto al Fisco di rateizzare perché dovevo pagare gli operai e i fornitori. Mi chiedevo se stessi andando nella direzione giusta, adesso le banche stanno chiudendo, noi no. Ho liquidato in dieci anni 6,8 milioni di euro di tasse e oggi il 30% di sanzioni, oltre agli interessi per i ritardati pagamenti: penso di essere stato sufficientemente punito per questa mia strategia».

Il giudice del Tribunale di Pordenone, Rodolfo Piccin ascoltato queste parole, è tornato sui propri passi: ha revocato il rinvio e ha concesso tre minuti all’accusa – «cosa si può chiedere di più a questa persona?», ha detto la rappresentante della Procura, chiedendo l’assoluzione perché il fatto non sussiste – e pochi di più alla difesa. Senza nemmeno ritirarsi in Camera di Consiglio, ha emesso la sentenza: nessun dolo. Assoluzione su due piedi perché il fatto non costituisce reato. Applausi a scena aperta.

Prendere una posizione, fare la propria parte, essere più buoni è possibile. Che poi succeda a Natale o meno poco importa. L’importante è che succeda.

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