Come dicevo l’altra settimana, ci sono libri brevi da leggere in un pomeriggio d’inverno. Ma l’inverno è formato da tanti lunghi pomeriggi. Le vacanze di Natale, nello specifico, sono una lunga fila di pomeriggi. In alcuni ci sono cose da fare (cose chiamate pranzo di Natale, del giorno dopo Natale, tombolata del giorno ancora dopo).  Anche una fila di mattine, se non ci si sveglia troppo tardi. E di sere in cui si è stanchi un po’ di tutto, ci si gode il trascinarsi per casa in pantofole e si riscaldano i resti accumulati nel frigo.

In questo momento sono all’aeroporto di Stansted e il pensiero di avere un libro in cui rifugiarmi una volta salita in aereo (nello specifico Middlesex di Jeffrey Eugenides) mi fa affrontare il pensiero della fila al gate, della fila sulle scale per salire in aereo, della fila nel corridoio dell’aereo con un entusiasmo maggiore.  Ho un posto in cui ritornare, ho un luogo nel quale immergermi per un po’, riuscendo a non ascoltare l’aereo che parla e si muove e fa rumore intorno a me.
Questa sensazione, del ritornare in un ambiente conosciuto può essere molto utile alla sopravvivenza nei giorni che compongono l’inverno, soprattutto nei giorni di festa.

Sto parlando di libri lunghi. Non medi, non un po’ più lunghi, ma proprio lunghi. Non per questo lenti o noiosi, ma si, lunghi, di quelli che è meglio leggere a casa perché portati appresso nella borsa o nello zaino fanno sentire il loro peso.

Ne ho scelti due più classici e due moderni.

Il Conte di Montecristo: qualche settimana fa una mia amica doveva leggere Il Conte di Montecristo e aveva paura di non riuscire a finirlo. “E’ troppo lungo e non ho abbastanza tempo.” La mia risposta era sempre: “Tu inizialo.” Lo ha fatto. Mi ha richiamato: “Io non voglio più fare niente. Cioè dovrei studiare, portare fuori il cane, cucinare, fare la spesa, ma non voglio fare niente. Voglio solo finire tutto per poter leggere.” Iniziatelo e troverete scuse di ogni tipo per saltare l’ennesima visita a casa di parenti semi sconosciuti, il quinto pranzo di Natale, ma anche passeggiate, film al cinema, giornate a sciare. Oppure farete tutto ma con il pensiero che, volta tornati a casa, Il Conte di Montecristo sarà lì ad aspettarvi.

Delitto e Castigo: se non lo avete mai letto perché nella vostra testa è sempre suonato come il libro da leggere a scuola e che odierete di sicuro, lo capisco. Ero convinta della stessa cosa anche io fino a quando, al liceo, la mia amica con la quale studiavo e che era allergica a qualsiasi tipo di romanzo, mi ha detto: “Oggi non vengo da te, torno a casa e mi metto a leggere Delitto e Castigo, l’ho quasi finito” “Ma lo hai iniziato due giorni fa” “Si lo so, ma mi prende troppo. Devo sapere come finisce.” E infatti è così. Non ricordo tanti dettagli della trama, ma ricordo di aver sfogliato le pagine il più rapidamente possibile, per arrivare alla fine, non riuscendo a posarlo. Ma è uno di quei libri in cui, arrivati alla fine, si ha una sensazione dolce amara in bocca, perché si è dispiaciuti di averlo finito.

Denti Bianchi: L’autrice, Zadie Smith, si definisce una “micro manager”, da contrapporre agli scrittori che lei chiama “macro planners”. Questi ultimi tendono a pianificare cinque finali alternativi, a scrivere la parte centrale del libro quando sono ancora all’inizio e a scrivere svariate possibilità narrative diverse per tutti i loro personaggi. Mentre invece i micro manager come lei, prima di passare alla pagina successiva devono aver scoperto nei minimi dettagli quello che stanno raccontando. Devono conoscere di che colore è il tappeto del salotto della casa in cui si trovano per poter proseguire. Nei libri di Zadie Smith si ritrova questa sensazione di concretezza, di cose che non esistono solo quando e se vengono nominate, ma che esistono da prima. Denti Bianchi è ambientato a Londra ma anche in tanti altri posti, inizia negli anni Settanta e arriva alla fine degli anni Novanta ma va anche indietro, arrivando fino all’Ottocento. Racconta la storia di due amici reduci dalla seconda guerra mondiale, ma anche quella dei rispettivi figli e quella dei loro antenati. E’ un libro che cambia punti di vista, spazi, luoghi, tempi, ma mai come gioco narrativo fine a se stesso e difficile da seguire.

Teoria e Pratica di Ogni Cosa condivide con Denti Bianchi l’amore per i dettagli. L’adolescente Blue Van Meer e suo padre, che da anni vivono in giro per gli Stati Uniti, si trasferiscono finalmente in una cittadina della Carolina del Nord per l’intero anno scolastico. Blue, adolescente coltissima e abituata a stare sola, racconta quello che le accade citando a non finire libri, film, articoli, quadri. Il libro è cosparso di citazioni, alcune delle quali inventate dall’autrice, ma precise in ogni dettaglio. Blue usa tutto quello che ha visto, sentito e soprattutto letto per interpretare il  mondo che la circonda. Ma questo, per nostra fortuna, non fa di lei un personaggi noioso e insostenibilmente saccente. Blue è invece attenta e involontariamente comica. Il padre è affascinante e misterioso, fin troppo. Prima che riusciamo ad accorgercene, la narrazione, da racconto, seppure molto particolare, di un anno di scuola, diventa un giallo da risolvere il più velocemente possibile.

Ad un certo punto della lettura si può vedere questo video qui. Sia averlo come musica di sottofondo, ma anche da guardare, con il suo bosco fuori dal mondo e gli animali disegnati:

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  • Beh, ce ne sono molti altri splendidi di libri lunghi, che ti danno proprio quella sensazione che descrivevi tu prima di salire in aereo:
    Q- di Luther Blisset, forse il più bel romanzo storico scritto in Italia

    I Pilastri della Terra – primo della bilogia medievale di Ken Follet

    L’Azteco – di Jennings…mi ha tenuto un mese dentro un’amaca…

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