La scorsa domenica ero a casa di un’amica, sul tavolo c’erano delle rose rosse in un vaso. Lei ha indicato il fidanzato, che le aveva comprate “per farsi perdonare”. Un amico le ha guardate e ha sentenziato, come se fosse la cosa più ovvia del mondo: “Non amo che le rose che non colsi”. Frase tristissima e un po’ fuori luogo. Gli ho chiesto da dove venisse. “È Gozzano. Me la ricordo perché la mia professoressa di lettere era fissata”. Ha preso lo smartphone e un attimo dopo ci siamo messi a leggere il resto.

In questo periodo mi sembra che la poesia si stia intrufolando nelle mie giornate di soppiatto, senza che io me ne accorga. A volte con un verso, altre con un libro trovato per caso, o con la citazione di qualcuno. Come se la poesia fosse un tempo. Un tempo per fermarsi e vedere le cose in un altro modo.

Ho iniziato a pensarlo quest’estate. Forse proprio perché l’estate è una stagione di caldo e di vuoto, di tanta frenesia ma anche di molto stare fermi. E la poesia si può intrufolare più facilmente, riesce a trovare un suo spazio. A volte è uno spazio piccolissimo ma precisissimo.

È fatto di parole ma anche di momenti, di immagini e suoni che si incastrano magicamente, in modo perfetto.

Ho percepito di nuovo questo modo di essere della poesia, questo suo intrufolarsi tra le cose, a settembre, in uno di quei giorni di fine estate in cui il sole dell’ora di pranzo diventa il cielo grigio del pomeriggio. Sono andata a sentire Mariangela Gualtieri leggere delle sue poesie. Lo spettacolo si chiamava Bello Mondo, le poesie che leggeva erano quasi tutte tratte da Le Giovani Parole. Io non la conoscevo, ci sono andata perché tutti, a sentire che c’era un suo spettacolo, mi hanno detto solo: “Vai”. “Ma perché?” “Vai e basta.” Una mia amica mi ha avvertito: “Vai preparata”.

Lo spettacolo è durato in tutto un’oretta, eravamo in una sala della biblioteca Vallicelliana, con antichi libri che coprivano i muri, soffitti altissimi e il rumore della pioggia che sbatteva sui vetri e sul tetto. E Mariangela Gualiteri che, in piedi, ferma, leggeva un verso dopo l’altro. Apparentemente non faceva nulla, leggeva e basta, piano, senza intonazioni. E in questo modo faceva tantissimo. Dava spazio alle singole parole, invece di cercare di trovare una logica o un modo per farle arrivare, per far commuovere. Presentava le parole così come erano, perfette, precise ed enormi nel loro essere essenziali. Ho percepito che la poesia è qualcosa che va a scavare, ad approfondire là dove si trova, invece di allargare e disperdere.

Uscita, camminando verso la fermata dell’autobus, gli occhi umidi e la pioggerellina sui capelli, mi sentivo piena. Piena ma leggera. Piena di sensazioni e immagini, non di spiegazioni, che uccidono la poesia. La poesia va in verticale. La poesia è un modo diverso di vedere le cose, e le cose possono essere qualsiasi cosa.  La poesia può davvero avere a che fare con tutto, anche con il ritrovarsi tra le corsie del supermercato, anche con le corse frenetiche, anche con il traffico. Una mia amica ha scritto una poesia sul suo prendere gli autobus a Roma.

Al liceo ero innamorata dei poeti, che mi sembravano avere vite estreme e mai banali. Ero innamorata di Rimbaud con la faccia da bambino e la morte precoce e di Baudelaire e del suo spleen. Ma rileggendo proprio quest’ultimo, in una delle poesie intitolate Spleen trovo questi versi:

Il mio gatto, alla cerca d’un giaciglio sul pavimento, agita incessantemente il suo corpo magro e rognoso” e anche “La campana che si lagna e il tizzo che fa fumo accompagnano in falsetto la pendola raffreddata.

Anche Baudelaire sta parlando della sua vita quotidiana, di quello che lo circonda in quel momento. Anche il suo è un modo di guardare le cose.

La poesia è un modo di guardare le cose, che poi ad un certo punto prende una forma.

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