A Genova un campus per migranti è nato sulle rovine di un vecchio ospedale abbandonato.

La città della regione più vecchia d’Italia si dimostra all’avanguardia proponendo un modello possibile (e sostenibile) di accoglienza, inclusione e tutela del territorio. Una full immersion sui banchi da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 18. Con materie obbligatorie – sei ore alla settimana di italiano –  e un piano di studi da scegliere tra corsi di sartoria, edilizia, agraria, anche fotografia e musica.

Una storia bellissima che nasce dall’impegno di Maurizio Aletti, presidente della Cooperativa Altra Storia, e di don Giacomo Martino, direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes. Dove? In via Coronata, all’interno del vecchio ospedale San Raffaele, struttura comunale abbandonata da tempo.

Aletti e don Giacomo hanno unità la praticità alla necessità di venire davvero incontro alle esigenze dei migranti che si trovano a Genova, di cui circa 260 sotto l’ala della loro cooperativa. Semplicemente non si sono accontentati di fare il minimo indispensabile, ma hanno deciso di progettare, mettendosi in testa di realizzare qualcosa di straordinario: una specie di campus universitario per migranti. E ci sono riusciti.

Come? Destinando parte dei fondi che ricevono come cooperativa per la gestione quotidiana al campus. Il Comune ha messo a disposizione i locali dismessi dell’ospedale San Raffaele e la Cooperativa ha selezionato gli insegnanti di lingua italiana (grazie alla collaborazione con la scuola di Lingua della Comunità di Sant’Egidio) nonché operatori sociali ma anche esperti artigiani. Detto, fatto.

Insomma una vera e propria specie di campus a tutto tondo all’americana che ha aperto i suoi cancelli e le sue aule per la prima volta due mesi fa a 240 allievi. Da ricordare che nel campus di Coronata lavorano 32 dipendenti, tra insegnanti della cooperativa Un’altra storia e operatori serali. La scuola di Sant’Egidio si occupa delle lezioni di italiano, e fornirà ai migranti la certificazione dell’Università per stranieri di Perugia. «È bello fare discorsetti —  ha raccontato don Giacomo Martino in un’intervista — ma o a questi ragazzi si danno alternative, oppure il rischio è che finiscano a fare l’elemosina per strada, spesso preda del racket, per raccogliere pochi soldi e spedirli a casa alle loro famiglie. Ecco, noi proviamo invece a fornire loro degli strumenti. E a impegnarci nel far proseguire questa esperienza di formazione con borse lavoro: quattro ore al giorno per 270 euro al mese, ci atteniamo alle tabelle del Comune di Genova».

All’interno del campus c’è anche una mensa, un campetto da calcio e uno da bocce “omaggio” dedicato a un centro per anziani che si trova proprio vicino all’ospedale e con il quale si spera di creare presto un’interazione.   Nell’ “università” di via Coronata inaugurerà presto anche un ambulatorio medico per le persone bisognose, un intero giorno a settimana. E i corsi di italiano saranno aperti non solo ai richiedenti asilo, ma anche agli stranieri che vogliono perfezionarsi.

Finalmente un progetto di inclusione che non è fine a se stesso, ma che investe in cultura e formazione professionale.

Un’esperienza di cui tutti dovremmo venire a conoscenza e che si potrebbe replicare in molte, se non tutte, città italiane.

Un progetto appena nato che però ha in serbo grandi novità per il futuro: «Il sogno sarebbe mettere in piedi un coro. E, tra qualche mese, tessere le storie dei migranti e i loro racconti in un musical da portare nei teatri della città — ha detto don Giacomo Martino — anche questo è un modo per fare inclusione. Ma non solo:vorremmo dare vita a un servizio diurno per ragazzi con handicap e per anziani così che gli allievi dell’ “università”, ovviamente affiancati da operatori professionali, imparino ad assistere gli anziani. Perché nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare».

Ricordiamocelo sempre: nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare e pubblicizziamo e sostiene il campus di via Coronata.

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