Ho un’amica che suona la viola nei teatri di mezzo mondo, che quando capita qui, mi invita ad andare ad ascoltarla.
Fino a qualche giorno fa, ogni volta che ho ricevuto uno dei suoi inviti è successo sempre qualcosa che mi impediva di accettare. Inoltre non avevo ancora visto la serie Mozart in the Jungle, a cui avevo accennato qualche Buondì fa ma che non mi stancherò mai di nominare: una delle migliori serie degli ultimi tempi tutta concentrata attorno a una oboista, un direttore di orchestra e all’orchestra stessa.

Io sinceramente non mi ero mai posta il problema dell’orchestra fino a Mozart in the Jungle; ero andata una volta ad ascoltare la prova generale dell’orchestra della Scala di Milano e mi ero annoiata da morire. C’è da dire che io raramente ascolto una canzone di musica non classica dall’inizio alla fine, spesso mando aventi la traccia dopo il primo ritornello. Brani che durano 20 minuti mi sembravano una punizione.

L’unico guizzo di esaltazione ce lo avevo avuto durante un concerto di Franco Battiato nella Valle dei Templi, accompagnato dall’Orchestra Filarmonica di Firenze: durante la canzone L’era del cinghiale bianco a un certo punto gli archi avevano attaccato la loro parte alzandosi in piedi tutti insieme contemporaneamente. MI ero emozionata.

Ed è stata la stessa sensazione che ho rispolverato poco alla volta con la serie Mozart, che poi mi ha portata all’Auditorium della Musica ad ascoltare l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, tra le cui fila stava la mia amica: la coordinazione.

Mentre nel balletto, nella danza, è evidente, nella musica sinfonica per me non era così lampante. Eppure, se osservate i singoli, e poi l’intero, è stupefacente realizzare come una musica così sfaccettata e complessa sia prodotta da una quarantina di singoli, che magari hanno il raffreddore o male alla cervicale, e suonano strumenti tutti diversi, e capeggiati dal direttore d’orchestra che è come il vigile in mezzo al traffico, e il risultato è una melodia perfetta perché ogni orchestrale si comporta un po’ come gli opliti, ognuno protegge il suo compagno.

Ad esempio, notavo: c’è uno spartito ogni 2 musicisti e a un certo punto bisogna girare pagina, magari nel bel mezzo della propria parte.
Guardavo i violinisti: uno dei due smette di suonare e gira la pagina e poi riprende velocissimo lo strumento e riattacca. Lui gira la pagina per sé e per il suo vicino, il suo vicino suona per sé e per l’altro e mica noi ci accorgiamo che mancano un po’ di violini in quegli istanti.
È bello guardarli quando posano gli strumenti quando non tocca a loro, e quando con gli stessi movimenti si preparano a ricominciare a suonare, come tutti gli archetti si alzano e si abbassano nello stesso istante e come quando il direttore fa un cenno di qua e poi di là l’orchestra faccia la ola.

Questa volta non mi sono annoiata, un po’ perché suonavano Così parlò Zarathustra di Richard Strauss, che poi è la colonna sonora di 2001: Odissea nello Spazio, un po’ perché ho deciso di non cercare di comprendere, ma di mettermi comoda comoda nelle poltrone morbide, chiudere gli occhi e ascoltare la musica come l’ascolto di solito, pensando ad altro mentre quella mi entra nei pensieri.
Io che sono ignorante ho pensato che voglio diventare un’habitué, farmi un po’ l’orecchio, imparare i nomi di chi mi piace di più e chi no, e godermela.

L’unica pecca è che in teatro il pubblico era anziano. Non che essere anziani sia una pecca, ma è una pecca che noi giovani non si frequenti di più i concerti di musica classica. Io ci sono andata con mia sorella quindicenne che oltre ad aver apprezzato, è entrata gratis perché spesso i minorenni non pagano. Se ci si impegna, si trovano anche sconti e promozioni, e i biglietti possono costare anche poco più di un biglietto del cinema.
Non aspettiamo la pensione per gioire delle orchestre!

 

 

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