Che Donald Trump – il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America – sia del tutto impreparato al ruolo che è chiamato a svolgere è innegabile. Del resto, è stato lui stesso ad ammettere di essere rimasto molto sorpreso da quanto sia difficile il lavoro di Presidente degli Stati Uniti. Non credeva fosse un impegno h 24, era convinto che avrebbe avuto una maggiore quantità di tempo libero. Insomma, gli piaceva di più la sua vita di prima.

Poveri americani, dunque. Ma anche poveri noi tutti, che ci ritroviamo come capo di una delle prime potenze mondiali un uomo che sul piano internazionale compie azioni le cui conseguenze potrebbero essere di non poco conto. Ad esempio, se ci dovesse andare proprio male, potrebbe scatenare una guerra nucleare con la Corea del Nord.

I fatti recenti

Negli ultimi mesi infatti i toni si sono alzati di molto tra gli Usa e il Paese asiatico, con un moltiplicarsi di accuse reciproche. Mentre la Corea del Nord prosegue con il suo programma nucleare, gli Stati Uniti intensificano la presenza militare nel Pacifico. Attualmente, le portaerei americane fatte giungere nei pressi dell’area nordcoreana sarebbero tre, di cui l’ultima arrivata proprio ieri l’altro. I nordcoreani, per tutta risposta, minacciano di affondare le navi da guerra americane, promettendo che cancelleranno gli Stati Uniti dalla faccia della Terra.

Gli attriti tra Usa e Corea del Nord non nascono certo adesso. Ma perché, tra i numerosi Stati problematici del pianeta, Trump ha scelto di mostrare i muscoli proprio alla Corea del Nord? E perché il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ce l’ha così a morte con gli Stati Uniti?

Le ragioni americane

Per quanto riguarda gli Usa, sono molti anni che essi annoverano i nordcoreani tra i propri peggiori nemici, principalmente a causa delle ambizioni nucleari del Paese asiatico.

Per limitarci agli sviluppi più recenti, possiamo ricordare che nel 2002 George W. Bush aveva inserito la Corea del Nord – insieme a Iran e Iraq – tra gli Stati appartenenti al cosiddetto Asse del Male.

(Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America)

I rapporti tra gli americani e i nordcoreani si sono poi definitivamente deteriorati nel 2003, quando la Corea del Nord è uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), cioè l’accordo internazionale che impone agli Stati che non abbiano fabbricato armi nucleari prima del 1968 – anno di stesura del trattato – di non acquisirne in futuro. In pratica, con l’uscita dal TNP la Corea rivendicava il diritto di dotarsi anch’essa di ordigni atomici, contestando un accordo che di fatto riconosce il monopolio sul possesso delle armi nucleari a Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito e Cina.

Da allora, la Corea del Nord ha svolto – e continua ripetutamente a svolgere – numerosi lanci di missili ed esperimenti atomici di varia natura. Per fortuna, i test nordcoreani spesso non vanno a buon fine, come testimoniano anche le notizie degli ultimi giorni. Tuttavia, secondo gli esperti il Paese avrebbe già l’atomica. Inoltre, stando a quanto dichiara il regime di Pyongyang, sarebbero pronti anche diversi missili capaci di trasportare testate nucleari e di raggiungere le postazioni degli Stati Uniti nel Pacifico, nonché ovviamente il territorio della Corea del Sud, dove stazionano oltre 30.000 soldati americani.

In base ai dati citati, appare abbastanza chiaro come mai gli Usa ce l’abbiano con la Corea del Nord. Quali sono invece le motivazioni del profondo astio che i nordcoreani nutrono nei confronti degli Stati Uniti?

Le ragioni nordcoreane

Per rispondere al quesito è necessario rispolverare alcuni concetti tipici dell’epoca della guerra fredda. La Corea del Nord infatti si comporta come se il mondo fosse ancora diviso dalla cortina di ferro: si autodefinisce uno Stato comunista; fa della lotta contro l’imperialismo occidentale una delle proprie ragioni di esistenza; considera gli Stati Uniti – leader del blocco imperialista – come il male assoluto.

Al di là delle ragioni puramente ideologiche, l’odio della Corea del Nord per gli Usa ha anche radici concrete, che risalgono agli anni Cinquanta, quando gli americani intervennero nella guerra di Corea e bloccarono le mire espansionistiche nordcoreane nella penisola. Come è noto, la guerra durata dal 1950 al 1953 era stata scatenata dalla Corea del Nord, inserita nell’orbita sovietica, nel tentativo di annettere la Corea del Sud, appartenente all’area d’influenza statunitense. Ma grazie alla discesa in campo degli Usa, i quali si posero alla guida di una coalizione occidentale che godeva anche dell’appoggio dell’ONU, il conflitto si risolse lasciando le due Coree divise all’altezza del 38° parallelo, situazione che rimane tuttora invariata.

(Pyongyang, murales di Kim Il-sung e Kim Jong-il, nonno e padre dell’attuale dittatore Kim Jong-un)

La dinastia che è al potere in Corea del Nord dalla fine della II guerra mondiale – i Kim – non ha mai perdonato agli Stati Uniti l’intromissione nel conflitto tra le due Coree. Al contrario, da allora i Kim hanno sfruttato all’inverosimile lo spauracchio di quel conflitto: attraverso una propaganda martellante, strenuamente portata avanti in tutti questi decenni, sono riusciti sino ad oggi a mantenere viva nella popolazione la paranoia di una nuova aggressione da parte degli Usa e – così facendo – sono stati in grado di legittimare il proprio feroce regime, e di tenere in piedi una delle dittature peggiori che la storia abbia mai conosciuto, oscurantista oltre ogni limite, dove il culto della personalità del capo rasenta la teocrazia.

Può sembrare assurdo, ma davvero i nordcoreani vengono fatti vivere in uno stato di terrore permanente, in cui si racconta loro ogni giorno che l’ennesimo attacco armato statunitense sarebbe imminente. I pochi giornalisti stranieri che ogni tanto riescono a fornire qualche notizia sulla Corea del Nord narrano di una vera paranoia orchestrata ad arte, che vede il regime organizzare esercitazioni antiaeree, istituire coprifuoco, fare comunicati radio in cui si dà per certo l’avvicinamento di bombardieri americani.

(Portarei Usa)

Ma allora come dobbiamo interpretare ciò che sta accadendo in questo periodo tra Usa e Corea del Nord? È la resa dei conti finale che i nordcoreani da più di 60 anni spacciano come inevitabile alla propria popolazione? Trump ha deciso di debellare la minaccia atomica nordcoreana una volta per tutte? E il dittatore Kim Jong-un non si farà sfuggire l’occasione di sfoderare finalmente le sue armi nucleari?

Improbabile. Perché se è vero che il rischio di un’escalation c’è, è sicuramente minore dell’interesse che tutti i contendenti hanno a mantenere le cose così come sono, senza far subir loro grosse variazioni.

L’interesse di Kim Jong-un al mantenimento dello status quo

È infatti difficile che Kim Jong-un voglia realmente arrivare ad un conflitto. Innanzitutto, perché è probabilmente consapevole del fatto che il proprio Paese – uno dei più poveri e sottosviluppati al mondo – uscirebbe distrutto da un confronto bellico con gli americani. In secondo luogo, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, Kim sa bene che – per conservare il proprio brutale potere – il regime ha un disperato bisogno di continuare ad alimentare agli occhi del popolo la paranoia di una nuova aggressione statunitense. Ma il suo giochetto funziona appunto solo se poi la guerra effettivamente non scoppia.

L’interesse di Trump al mantenimento dello status quo

Per quel che concerne Trump, anche a lui fa comodo tenere vivo un conflitto latente che non si materializzi nella realtà, perché così può dimostrare agli americani di essere un Presidente forte – il quale di fronte a Stati come la Corea del Nord, che alzano troppo la testa, risponde facendo la voce grossa – senza però sostenere i costi politici e militari di una guerra vera.

Inoltre, si fa fatica a credere che gli Usa abbiano intenzione di scatenare uno scontro bellico che li porterebbe a dover successivamente contribuire alla ricostruzione e alla stabilizzazione della Corea del Nord. Simili avventure sono già costate fin troppo care agli americani negli ultimi anni.

L’interesse della Cina al mantenimento dello status quo

Infine, è bene non dimenticare che anche gli altri attori coinvolti nella vicenda desiderano il mantenimento dello status quo.

Alla Cina, ad esempio, preme che la Corea del Nord rimanga uno Stato da essa completamente dipendente. Dal crollo dell’Urss sono infatti i cinesi ad essere diventati il riferimento politico ed economico dei nordcoreani, in particolare per quel che riguarda i rifornimenti di cibo e carburante.

E si tenga presente che per la Cina una Corea del Nord devastata dalla guerra non solo rappresenterebbe la perdita di un importante cliente, ma sarebbe fonte di ulteriori enormi problemi, perché dove mai potrebbero bussare milioni di nordcoreani in fuga, se non alle porte cinesi?

Ma la maggiore fonte di disturbo per la Cina sarebbe la presenza di truppe americane ai propri confini, perché la vera partita che si gioca in estremo oriente è quella tra Pechino e Washington per la supremazia nel Pacifico, da cui dipende la reale definizione degli equilibri internazionali post guerra fredda. La Corea del Nord è solo una pedina in questo gioco, ma né Trump né Kim Jong-un hanno interesse a farlo capire al resto del mondo.

(Cartina della Corea del Nord)

Alla luce di queste premesse sembra quindi possibile essere cautamente ottimisti: sebbene Trump continuerà a intraprendere iniziative militari contro Kim e il suo programma nucleare, e sebbene Kim non cesserà di effettuare esperimenti e lanci di missili, un conflitto atomico tra Stati Uniti e Corea del Nord non dovrebbe essere così probabile.

Certo che comunque proprio tranquilli tranquilli non stiamo, perché Kim Jong-un ci ha abituati a follie di ogni sorta. Non è pertanto del tutto fuori discussione che possa saltargli in testa di autodistruggere il proprio Paese ingaggiando una guerra agli Stati Uniti. E anche Trump, in termini di poca sanità mentale, non scherza. I due comunque non escludono di incontrarsi. Attendiamo pertanto nuovi sviluppi.

 

 

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