L’allarme del vicino che continua a suonare, il cane che abbaia, il martello pneumatico che si mette a bucare, il rumore di sottofondo del traffico. Le nostre città occidentali soffrono diverse forme di inquinamento: quello sonoro, spesso sottovalutato o accettato passivamente, è uno dei più insidiosi. Alcuni studi in materia dell’O.M.S già dagli anni ’60 indicavano come un ambiente salubre a livello acustico non dovrebbe superare i 40-50 decibel, mentre in qualsiasi città europea con passaggio di traffico il rumore si aggira costantemente sugli 80-90 decibel.

Siamo saturi di rumori, suoni, musiche, ritmi, stridori e, come di ogni cosa che si vive in eccesso, non diamo più importanza, men che meno consapevolezza, alla parte “sonora” delle nostre giornate.

Leggendo un piccolo gioiello, Il pane di ieri di Enzo Bianchi (ed. Einaudi) mi sono immerso nella realtà contadina di inizio secolo, nello specifico nella zona collinare del Monferrato, in Piemonte. Senza voler a tutti i costi celebrare un mondo che aveva le sue durezze, le sue restrizioni e i suoi eccessi di violenza, come il nostro d’altronde, nel mondo contadino i suoni erano importantissimi: avevano una funzione identitaria per le piccole comunità dei paesi e dei villaggi.

Citiamo dei casi emblematici che scandivano il tempo e non solo in quel contesto sociale:

  • il canto del gallo annunciava l’arrivo della luce, dell’alba. I contadini dovevano alzarsi con il giorno appena nato per evitare, soprattutto in estate, le ore più calde nelle quali era impossibile lavorare di fatica.

 

  • il suono delle campane era il vero suono identitario delle comunità. A notte fonda suonava l’Ave Maria e il contadino sapeva che era ora di levarsi. Suonavano a mezzogiorno e il lavoro si fermava per rifocillarsi. Scandivano la nascita e la morte delle persone con suoni specifici per i diversi momenti. C’era un suono particolare delle campane che avvertiva anche dell’arrivo di forti temporali e della grandine, vera piaga per i raccolti. Dopo l’avviso della campana il prete del paese e il chirichetto partivano con incenso e acqua santa andando incontro al tifone per scongiurarlo. Le donne in casa bruciavano rami di ulivo benedetto nelle stufe perché la tempesta non facesse danni.

 

  • nei campi i lavoratori e le lavoratrici cantavano canzoni per far passare le ore. Famosi i canti delle “mondine” nelle risaie piemontesi (“Sciur padrun da li béli braghi bianchi/ fora li palanchi fora li palanchi/ sciur padrun da li béli braghi bianchi fora li palanchi/ ch’anduma a cà”).

 

  • nei paesi si sentivano i richiami dei venditori ambulanti come l’acciugaio o l’arrotino, o ancora il richiamo dei viandanti, detti lingère, che cercavamo di racimolare il necessario per un pasto caldo vendendo carta da lettere o recuperando pelli di coniglio, stracci o ferri vecchi.

 

Dopo questo piccolo excursus nel mondo contadino non possiamo non andare a Borgo Tre Case (frazione di Borgo Dieci Case) con Artemio a vedere passare il treno.

Erano suoni unici, distinguibili, simbolici, con gran significato per chi li viveva e li sapeva riconoscere. Erano suoni che provocavano emozioni ben delineate, dalla gioia della campana a festa, al suono di sofferenza per un morente, al timore per una grandinata imminente che, per i tempi, significava fame d’inverno e non il cofano ammaccato e l’auto dal carrozziere.

Il Buondì di oggi potrebbe andare così, abbassando il volume, riscoprendo cosa è nostro davvero nell’ascolto del silenzio.

 

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