Anni fa, insieme alla mia famiglia, fui selezionata per fare la pubblicità in tv di una famosa marca di carne in scatola. Facemmo un provino e furono scelti tutti i miei famigliari, mio marito e i miei due figli. Io no. Fecero bene perché non sarei stata una testimonial credibile e lo si capiva già dal provino. Il fatto è che io la carne in scatola l’ho sempre odiata fin dal suo ingresso nel nostro Paese, verso la fine degli anni ’50. Mi faceva proprio senso e non riuscivo perciò a sorridere felice mentre proponevo ai miei cari un piatto di carne “con tante verdurine tagliate sottili sottili che non si può dire di no”. Io ero la prova vivente che invece dire no era possibilissimo.
Tutto questo per raccontare che il mio rapporto con la pubblicità e in particolar modo con quella che riguarda il cibo è sempre stato, a dir poco, conflittuale. Io insomma a quello che ci raccontano non ci ho mai creduto. Ed è dunque con gioia che ho accolto l’uscita di Che Mondo Sarebbe – Pubblicità del cibo e modelli sociali, firmato da Cinzia Scaffidi. Un libro importante, dovuto, necessario e soprattutto un libro molto divertente. L’autrice ci racconta che il cibo parla, comunica, ci dice delle cose. E lo fa ahimè attraverso la pubblicità che altro non è se non il braccio armato dell’industria.
Già, perché a guardare bene quello che ci viene quotidianamente propinato non è esattamente il cibo, quanto invece i prodotti, la merce.
E c’è una bella differenza.
Faccio parte, per età anagrafica, di una generazione che ha vissuto l’infanzia e una parte dell’adolescenza in anni pre boomeconomico. Il che vuol dire che la mia memoria gustativa, le mie radici, non avevano etichette.

I giovani invece, e anche quelli meno giovani, nati dopo il boom economico, scopriranno la loro personale, proustiana madeleine, il dolcetto che assaporato riportava lo scrittore francese indietro nel tempo, in un cornetto Algida o in una Kinder Brioss. Fino a non tantissimi anni fa il cibo non parlava, o meglio si raccontava da solo, erano i prodotti e i modi in cui erano preparati, a darci indicazioni, buoni, meno buoni, saporiti, sciapi.  Adesso invece è l’industria a farlo.

E come e cosa ci racconta la nuova merce?
Ci racconta di scintillanti cucine dove però nessuno sta ai fornelli, al massimo si apre una busta di surgelati e si buttano in padella, ci racconta di tonni così teneri che si tagliano con un grissino, ma se davvero fossero tonni di qualità sarebbe il grissino a finire spezzato, ci racconta delle donne che abitano le cucine, graziose signore, decorative in salotto ma completamente inutili nel resto della casa, non sanno fare il bucato, stirare, cucinare come si deve, lucidare pavimenti e spolverare i mobili.
Per fortuna, sembra dire la pubblicità, ci sono le cere, le lucidatrici, nuovi detersivi, lavatrici e dadi, salse già pronte e zuppe in scatola, formaggini da spalmare e biscotti confezionati. Chi, pur con tutti questi aiuti, non sia in grado di tenere la casa in condizioni perfette, che risplenda e dove ogni giorno ci si sieda felici intorno al desco per consumare insieme pranzetti appetitosi, ma preparati in poco tempo, grazie ai nuovi strabilianti prodotti, è davvero una nullità, una donna di poco conto.
Ci racconta di mariti inetti, incapaci a preparare anche un uovo al tegamino, perennemente inquadrati sull’uscio, pronti ad andare a lavorare, ma digiuni di qualsiasi capacità casalinga.
E ci raccontano di bambini (mai più di due per famiglia e possibilmente maschio e femmina) che storcono il naso di fronte ad una torta o di un piatto di pesce cucinato in casa con tutti i crismi ma pronti ad andare in sollucchero alla vista di un bastoncino di merluzzo surgelato o di un fagottino imbustato.
Ci raccontano di improbabili fornai che parlano con le galline. E di giovani adolescenti che affrontano problemi di brufoli, di sovrappeso e le tristezze del crescere a colpi di yogurt che, come per magia, li rende allegri, svolazzanti, quasi felici.
Ci racconta insomma un mondo che non esiste. E noi non ci fermiamo mai a ragionare su questo perenne Truman Show  in cui viviamo, pronti ad accettare come oro colato tutto quello che ci viene quotidianamente propinato. 

Ecco, questo libro vorrebbe proprio invitarci a pensare, a ragionare sulle panzane che ci vengono raccontate, a ricordarci che abbiamo ancora un cervello libero di funzionare anche senza l’aiuto della pubblicità, anzi malgrado l’aiuto della pubblicità. E a farlo prima che sia troppo tardi. Prima di dimenticare del tutto da dove arriva e cos’è ciò che mangiamo.
Prima di dimenticare come fosse il pesce prima di subire la mutazione genetica che l’ha fatto diventare un bastoncino fritto.  Altrimenti si diventerà tutti come quei bambini americani che interrogati sull’origine delle patate affermavano convinti che nascevano nei campi a bastoncino, come quelle del McDonald.

Per saperne di più: Che Mondo Sarebbe – Pubblicità del cibo e modelli sociali –  Cinzia Scaffidi- Slow Food Editore.

FacebookTwitterGoogle+Condividi

No comments so far.

Lascia un commento