Ieri la nostra Antonella detta Nenè ci ha infuso con il suo Buondì una dose extra di ottimismo rifacendosi al celeberrimo gioco di Pollyanna, il gioco della felicità.
Quando questo blog è nato nelle menti di Ludovica e mia, una volta chiarito che il nostro scopo era dare maggiore risalto alle vere buone notizie e buone idee che ci circondano ma delle quali spesso non siamo a conoscenza, ci siamo trovate di fronte all’annosa questione della scelta del nome.
Quelli più incisivi tipo BUONE NOTIZIE erano già andati, siamo allora passate da cose come bastaunpocodizucchero a uncarciofoalgiorno (ci piacciono i carciofi moltissimo, ci sembrava sufficiente) fino a poi approdare a Pollyanna.

Una volta registrato il dominio e fatto (fare) il logo, abbiamo scoperto della sindrome di Pollyanna, e cito da wikipedia: “La psicologia cognitiva «parla di ottimismo idiota», ottuso o ingenuo associandolo alla cosiddetta “sindrome di Pollyanna”. Tale sindrome consiste nel percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici. […] La credenza finale è […] nella terra come un Eden”. Nessuno di noi qui è idiota, sappiamo fin troppo bene la situazione sociale, economica, politica, ambientale in cui versa l’intero mondo nostro ma cerchiamo di non perdere l’ottimismo, di non farci sopraffare dal cinismo e di sorridere se non ci costa nulla e non ci fa sembrare idiote. Cerchiamo di guardare il lato positivo, sapendo che di lati ce n’è più di uno, insomma.

Fino a che l’altro giorno sono incappata nel gioco della felicità in carne ed ossa.

Pioveva di brutto e io, in compagnia di mia figlia lattante, dovevamo andare a pranzo da amici. Così l’ho caricata nel suo ovetto, ho caricato l’ovetto in auto, ho messo in moto e niente, la batteria dell’auto fa prot prot prot e si spegne.
Mi dico: – va beh, poteva andare peggio, ho i cavetti, ora fermo qualcuno e in cinque minuti saremo per strada.
L’auto era parcheggiata in una viuzza stretta stretta a senso unico, dove non passano molte auto perché è un po’ inutile, ma inaspettatamente un secondo dopo ne appare una, azzurra.

(Avevo provato a disegnare la sua auto ma è troppo difficile disegnare un’auto vista dall’alto, alla fine ho scelto di essere didascalica)

Mi sbraccio, l’auto si ferma ed espongo la situazione al conducente, un quarantenne di colore, che dice: certo!
Si accosta di fianco a me, apre il suo cofano, apro il mio cofano, gli passo i cavetti ed entro a dare gas.
Una scintilla.
Mi dico: – boh, capiterà.
Anche lui se lo sarà detto, perché aspettiamo che la mia auto sia di nuovo rombante, stacchiamo i cavi, lui fa per rientrare in auto ma:
la sua auto è chiusa. Le chiavi sono inserite nel cruscotto, il motore è acceso, i tergicristalli si sbatacchiano a destra e a sinistra ma lui non può rientrare.

Io sprofondo nei sensi di colpa.
Mia figlia dorme.

La nostra prima idea è procurarci un attrezzo contundente e cercare di riconquistare l’abitacolo, poi accantoniamo le velleità criminali e ci viene in mente quel fatto delle chiavi di scorta, che però sono a casa sua, a 50 minuti da dove ci troviamo, in mano a sua moglie.
Mi offro di accompagnarlo a casa e riportarlo poi lì, ma lui mi dice:  – no, no, salvati almeno tu!
E chiama la moglie che si mette in marcia per salvare il marito.

In tutto ciò avevamo anche bloccato la via.
Mi offro di fargli compagnia e lui mi dice: – no, no, se no cosa abbiamo riattivato la batteria a fare se poi rimani qui e perdi i tuoi amici?
Gli offro una sigaretta e lui accetta.

Non sapendo come levarmi questo senso di “mo’ lui è bloccato qui sotto la pioggia per colpa mia” continuo a scusarmi e scusarmi e scusarmi e sapete che mi dice lui?
– Tanto meglio così, se non ti avessi incontrato e mi fossi bloccato qui, poteva succedere che svoltavo l’angolo e facevo un incidente, quindi mi è andata bene!

Non sapendo più come ribattere, l’ho abbracciato, ringraziato ancora e me ne sono andata credendo di avergli salvato la vita.

La morale è: il vostro ottimismo fa bene agli altri.

 

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