Babies – La trama all’osso: Babies segue nel loro primo anno di vita un gruppo di neonati in varie parti del mondo: dalla piccola Ponijao in Namibia a Bayar in Mongolia, da Mari in Giappone ala piccola Hattie negli USA.


Cosa c’è di più rassicurante di un bambino che ride per pensare ad un futuro migliore?

I bambini sono piccole personcine felici, sanno stare nel presente e gioire delle piccole cose quotidiane.
Crescendo si perde tutto questo, condizionamenti culturali ci fanno allontanare dalla nostra natura che ci guiderebbero verso la ricerca del piacere e della gioia pura. Ma da bambini è tutto diverso: siamo piccoli concentrati di istinti, la nostra sopravvivenza dipende da questi, sia che nasciamo a Tokyo o a Bayanchandmani, a Opuwo o a San Francisco.

Proprio in questi quattro posti del Mondo è ambientato il suggestivo film documentario Babies di Thomas Balmès: una narrazione del pancione al compimento del primo anno di vita di Mari in Giappone, Bayar in Mongolia, Ponijao in Namibia e Hattie negli Stati Uniti.

Quattro sguardi diversi sull’essere madre, essere famiglia e, soprattutto, essere bambini nel Mondo.

Le vite si svolgono in modi diametralmente opposti. Il registra propone sguardi di vita e piccoli miracoli quotidiani donando alla nascita e alla primissima infanzia un significato profondo e magico che purtroppo spesso si tende a dimenticare o sminuire. Senza dar giudizi di valore delle differenze, è possibile vedere la forza della vita che si sprigiona in questi quattro piccoli protagonisti.

Un messaggio fortissimo nella sua semplicità: non esiste un solo tipo di puericultura ma faremmo meglio a iniziare a parlare di pueri-culture, come ben ci fa notare il pediatra Alessandro Volta nel suo Nascere Genitori, edito da Urra. Questa scienza che studia le modalità di cura dei bambini è ben poco fondata su basi strettamente scientifiche ed è quanto mai intrisa di fattori culturali e sociali.
È dunque impossibile considerare una sola modalità giusta ed efficace, è interessante guardare al Mondo aprendoci ad un sapere sempre più meticcio e contaminato, prendendo e valorizzando vari aspetti positivi che ogni cultura possiede, lasciando da parte schemi rigidi e tradizioni obsolete.

Pensando al “nostro” stereotipo di bebè, è possibile immaginare immediatamente passeggini, pannolini, ciucci e biberon.
Interessante è sapere che oltre l’80% delle popolazioni del Pianeta non usa tutto questo e i bambini passano i loro primi mesi, se non anni, a continuo contatto con un adulto, giorno e notte. Nelle società industriali invece il tempo di contatto fisico non va oltre il 25%. Inoltre, queste società sono le uniche che usano succhiotti e metodi di allattamento che utilizzino orari fissi per le poppate.

Interessante è vedere tutte le differenze e le similitudini nella nascita e nella crescita di questi quattro bambini nel mondo.

Un documentario in cui i dialoghi sono minimi e superflui, lo spettatore è coinvolto al massimo seguendo in modo parallelo lo sviluppo dei quattro piccoli protagonisti. La meraviglia della vita che si manifesta in modo diverso e allo stesso tempo uguale in tutto il mondo. Impossibile non esser contagiati dalla gioia profonda e dall’energia positiva che trasmettono i bambini.

Quale stupore ci può essere nel riuscire ad alzarsi sulle proprie piccole gambe e riuscire a stare in equilibrio nella steppa mongola? E quanto può esser grande la gioia di correre dietro ad un gabbiano su una spiaggia californiana?

“Piccoli passi per un (futuro) uomo ma grandi passi per l’umanità”: un’umanità che è uguale in ogni angolo del Pianeta e che ha un gran bisogno di poter assaporare queste piccole grandi gioie per non perdere il senso profondo della vita.

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