Ci sono giorni che, sebbene di cose belle e positive ce ne siano, ci sono delle situazioni così brutte che è difficile far finta di nulla.

In questi ultimi giorni ad Aleppo sta succedendo quello che successe a Srebrenica, o nei ghetti, o in Darfur, e in un sacco di altri teatri di massacri.
La grossa differenza è che ora tutti abbiamo gli smartphone e twitter, e tutto questo sta avvenendo sotto ai nostri occhi da 6 anni quasi. Tra il 12 e il 13 dicembre le forze governative (Assad) hanno riconquistato la parte est di Aleppo, in mano ai ribelli. Quando si dice “ribelli” si pensa subito a Isis, non è così.

I ribelli sono quelli che nel 2011 chiedevano per la Siria uno Stato democratico, libero dal regime dittatoriale di Assad. Arrivarono ribelli un po’ da ovunque che si aggregarono a quelli, dalle steppe e dai deserti, alcuni mezzi trogloditi che vennero poi tirati su da IS, e da qui il ribaltone che fece sì che Assad fosse “forza governativa”, dunque buoni, contro “ribelli”, dunque Isis. E non è che comunque loro siano dei santi. Più il fatto che di mezzo ci stanno U.S.A., Russia, Turchia… A farla breve. A farla breve è un casino. E noi altri siamo stati a guardare.

Sta di fatto che ieri notte i governativi hanno detto per finta che ci sarebbe stato un cessate fuoco, che non c’è stato, e che gli abitanti sarebbero potuti sfollare, che non è successo. I civili sono ora rintanati in 2 kmq nella parte orientale di Aleppo (quel che è rimasto, insomma), sotto ai bombardamenti, e pregano di morire prima di essere catturati (e stuprati, torturati, etc). Noi intanto apriamo Twitter e leggiamo cose come: “Potrebbe essere l’ultimo messaggio, ciao a tutti da Aleppo”.

(Governativi ad Aleppo est – AFP File photo)

Se volete avere un quadro più dettagliato della situazione, potete leggere uno dei tanti articoli, tipo questo di QCodeMagazine.

Ma qui siamo Pollyanna, e cerchiamo di dare anche soluzioni e input positivi, dove possibile, spinte dall’ottimismo della volontà gramsciano.

Chi deve fare qualcosa di grosso, urgente e concreto sono i nostri Governi. A costo di cambiarli se non fanno nulla.
Dicono i White Helmet, quelli che tirano fuori le persone dalle macerie siriane: “Non possiamo credere che i paesi più potenti del mondo non riescano ad organizzarsi per salvare 100mila anime intrappolate in 4 chilometri quadrati”. Infatti.

Ma anche noi nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa:

1 – Far sentire la nostra voce, sia per far sentire ai siriani che ci siamo, sia appunto per far sentire ai nostri Governi che vogliamo che questo massacro senza senso finisca. Manifestiamo, ad esempio sabato 17 dicembre a Roma c’è il corteo “Proteggiamo le persone, non i confini“. Domani, venerdì 16 dicembre, a Milano alle 17.30 invece c’è  il flashmobNoi stiamo con Aleppo“. Oggi, giovedì 15, a Firenze, “Con Aleppo“.
Chi può venire, partecipi per i diritti umani e per un’accoglienza dignitosa.

2 – Supportiamo i White Helmets: gli elmetti bianchi che sono là e aiutano, rischiando la loro pelle. Doniamo, e facciamo girare.

3 – Supportiamo le organizzazioni umanitarie attive in Siria: qui l’elenco completo.

4 – A Natale regaliamo prodotti certificati di provenienza siriana, uno su tutti il Sapone di Aleppo, che fa pure molto bene alla pelle. Ad esempio qui.

Siamo tutti fratelli, lo diceva Gesù e lo dice ogni mente razionale che pensa che siamo nati tutti sotto la stessa stella, il Sole. Potrebbe succedere a noi, e dunque?
Non lasciamoci soli, perché poi ne avremmo vergogna, se già non ce la sentiamo addosso, cerchiamo di essere empatici e, come diceva Vittorio Arrigoni, restiamo umani. Cioè fratelli.

 

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