Quando si parla di sanità o istruzione in Italia bisogna sempre stare attenti, perché siamo quelli con 7 ginecologi su 10 obiettori ma il nostro sistema sanitario nazionale è tra i 12 migliori al mondo, e allo stesso modo mentre l’università degli Studi di Milano approva l’introduzione del numero chiuso per alcuni corsi della facoltà umanistiche e i ricercatori rimangono precari, il Politecnico di Milano, insieme all’ateneo di Bologna, la Normale e la Scuola Superiore Sant’Anna Pisa si piazzano tra le prime 200 al mondo.

I paradossi italiani.

Eppure ringraziamo che possiamo curarci tutti gratuitamente, che possiamo chiamare l’ambulanza anche se indigenti, che veniamo assistiti in malattie croniche per tutti il corso della vita, che possiamo studiare grazie a un sistema mediamente di alta qualità che punta a un’istruzione orizzontale e non verticale, per le elite.

Se poi, anziché 200, prendiamo 1000 università, in classifica ne entrano 30; in Italia dove esistono 66 atenei statali e 19 non statali, un terzo delle scuole superiori sono mica male.

Proprio per questo non dobbiamo farci andare bene le riforme che ci livellano a “anche gli altri fanno così”, ma pretendere di conservare la nostra eccellenza democratica, e sì, anche il liceo classico e lo studio del latino e del greco pure se sono lingue morte e rispolverate dai romantici, perché il nostro sistema di istruzione è più che buono e dato per scontato, perché studiare le declinazioni apre sportelli nei nostri cervelli ammuffiti, perché il nostro programma di storia non prevede solo lo studio di quella italiana e perché studiare fa bene, anche se spesso ce ne accorgiamo un po’ dopo.

Dunque andiamo a pagare le tasse con gioia (!), che è quello che possiamo fare noi per garantirci questi privilegi, scegliamo governi che non taglino fondi alla pubblica istruzione, alla sanità e alla cultura e raccontiamo ai nostri figli e figlie, fratelli e sorelle, amici e nipoti che fortuna che hanno loro.

 

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