Alicudi è la più impervia delle isola Eolie, l’ultima a partire da Napoli, la prima se si arriva da Palermo, quella con meno abitanti e con meno strade carreggiabili: una sola, al porto, che va dal molo alla discarica, 100 metri in tutto. È anche l’unica strada al piano terra, poi cominciano gli scalini, le casette bianche e ocra, i fichi d’india, i capperi e i muli. L’altro versante invece è dominato dalle antiche sciare sulle quali colava la lava e dove regnano le capre.
Tutto intorno il mare blu.
Nel paesino, che in inverno conta meno di 100 abitanti, oltre alla discarica ci sono due alimentari, due bar, un ristorante/albergo, il molo che verrà intitolato a Sandro Pertini, il molo vecchio dove si va a telefonare perché è il punto il cui i cellulari prendono meglio (a volte l’unico), la biglietteria degli aliscafi e delle navi, l’ufficio postale. Niente farmacia, niente, tabaccaio, niente giornalaio, per rimanere nell’essenziale. C’è un ripetitore, ma non c’è la luce elettrica nelle mulattiere e sui gradini. Non ci sono nemmeno nomi delle vie e numeri civici, bisogna contare i gradini e avere i giusti riferimenti. La si ama o si odia. Chi la ama, non riesce a staccarsene, chi la odia, scappa con il primo aliscafo disponibile.
Tutto questo per dire che è un’isola che potenzialmente avrebbe pochi motivi di guadagnarsi un trafiletto sui quotidiani regionali, e quando succede, se sono belle notizie, è emozionante. Un po’ come quando si trova il nome di un proprio conoscente nei titoli di coda di un film, ad esempio.

(Quando l’estate scorsa è sbarcata sull’isola la troupe di Poste Italiane per girarci uno spot, e poi lo abbiamo visto in tv, la commozione era alle stelle)

Questo è uno dei rari momenti in cui ci siamo: Alicudi è balzata agli onori della cronaca poiché i lavori per il molo di Sandro Pertini si sono un po’ protratti e i blocchi di cemento destinati a essere immersi per diventare le fondamenta del molo giacciono ancora allo stato brado davanti agli occhi di tutti. Siccome i lavori ripartiranno a settembre, hanno deciso di coprirli dalla vista dei turisti in arrivo con pannelli di legno decorati con un murales che raffigura alcuni simboli dell’isola: gli animali (muli, lepri, falchetti e maiali), la segale cornuta e le donne volanti.


Se sul perché compaiono gli animali c’è poco da raccontare, le segale cornuta e le donne volanti hanno invece alle spalle uno tra i miei aneddoti preferiti:
Alicudi, nonostante la sua natura di isola circondata da mare, soprattutto in passato era dedita unicamente all’agricoltura – la pesca è arrivata dopo perché ad Alicudi non essendoci molti alberi, non forniva nemmeno legna per farne imbarcazioni; si coltivavano ulivi, viti, alberi da frutto, ortaggi e la segale, per farci il pane.
E questo è un fatto.
L’altro fatto è che nei primissimi anni del ‘900 l’intera popolazione dell’isola cominciò a dichiarare di vedere donne che volavano di notte, uomini tagliatori di trombe marine, gnomi avvolti dalla nebbia e animali che sparivano nel nulla. Uomini, donne e bambini, tutti a sostenere questi prodigi, tutti a darsi man forte, perché va bene lo scemo del villaggio, ma lì era il villaggio intero a raccontare questa accozzaglia di storie magiche, con così tanta sicurezza che Alicudi ha vinto il nome di “Isola delle donne che volano”.
Questa allucinazione collettiva è andata avanti per anni.
Ci è voluto un po’ di tempo per scoprire che la segale con cui si era panificato tra il 1902 e il 1905 era stata infestata da un fungo, rendendola segale cornuta. Gli arcudari taccagnotti, nonostante si fossero accorti che la segale era nera, decisero che non si sarebbe buttato via nulla e continuarono a fare il pane con quella farina. La segale cornuta produce il principio attivo dell’LSD: gli arcudari sono stati fatti di allucinogeni per 3 anni.

A me questa storia fa ridere, e mi fa anche un po’ nostalgia perché quest’anno non sbarcherò ad Alicudi, ma non c’è nessuna morale del Buondì e nessun insegnamento se non che la droga fa male ma se volete rimanere nella legalità, coltivate la segale cornuta.

C’è un bel documentario che racconta l’intera faccenda: Alicudi, isola analogica. realizzato nel 2007 da Francesco Giuseppe Ragagnato. Dura poco, è da vedere per conoscere parti d’Italia quasi sconosciute, ancora abbastanza intatte, piene di fascino.

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