Chissà quante volte vi sarà capitato di passarci sotto senza alzare lo sguardo, senza farci caso.
Eppure sono tantissimi.
Parlo degli alberi da frutta che crescono, più o meno spontanei, nelle nostre città. Nei parchi pubblici, nei giardini, nei cortili, per strada. Fanno parte del panorama urbano come chiese e monumenti, al punto che non li vediamo nemmeno più. È stato proprio girando per le strade della mia città che un giorno mi sono accorta che sul tronco di un albero di mandarino, lungo una centralissima strada di Roma, c’era un cartellino che raccontava la storia di quella pianta, le sue caratteristiche botaniche, il periodo di raccolta, il suo utilizzo e le sue principali proprietà nutrizionali.  E c’era poi un riferimento ad una pagina web e ad una app. E così ho scoperto l’esistenza di Linaria, un’associazione no profit che ha dato il via a Roma al Progetto “Frutta Urbana”, il primo programma italiano, al momento attivo a Roma e a Milano, che prevede la mappatura, la raccolta e la distribuzione della frutta in città. Insieme ad un gruppo di volontari infatti Michela Pasquali, l’ideatrice del progetto, ha censito tutti gli alberi presenti in città identificandoli e ne ha fatto una mappatura online che non solo identifica luogo esatto di collocazione e tipologia dell’albero, ma soprattutto interattiva, utilizzabile da qualsiasi cittadino che intenda aggiungere segnalazioni a quelle già esistenti. 

(Arance amare, zona Magliana – Roma. Foto di Frutta Urbana)

Mi è sembrato subito un progetto folle e visionario e dunque bellissimo.
Mi sono però chiesta: “Ma tutta questa frutta poi dove va a finire?
E ho scoperto che mentre fino ad oggi tutto andava al macero o moriva a terra per poi marcire, adesso invece viene regalato a organizzazioni no profit, a banchi alimentari o a organizzazioni a sostegno di persone indigenti e bisognose oppure la frutta viene venduta e inserita in diversi circuiti alimentari come i GAS, i mercati contadini, ristoranti, bar e negozi che lavorano con prodotti locali e di filiera corta.  Viene anche da chiedersi ma sarà poi buona questa frutta, nata e cresciuta in città in mezzo a macchine e smog?  Ebbene sì, è ottima perché non sono mai stati utilizzati pesticidi o diserbanti per coltivarla, è sufficiente quindi lavare bene la buccia ed ecco un folgorante esempio di prodotto a chilometro zero!

(Raccolta arance, zona Ostiense – Roma)

Da una costola di Frutta Urbana è nato anche un bellissimo progetto che mi vede coinvolta in prima persona, che mira a contribuire alla lotta all’esclusione sociale, coinvolgendo migranti e rifugiati che oggi vedono aumentare le diffidenze degli Italiani nei loro confronti, rendendo sempre più difficile un loro possibile inserimento nel tessuto cittadino. Insieme al centro di accoglienza SPRAR San Bruno abbiamo coinvolto un gruppo di dodici migranti provenienti da vari paesi, tra cui Gambia, Somalia, Nigeria, Afghanistan e Iran, insieme ai quali, con l’aiuto dello chef Giuseppe Caltabiano, raccogliamo parte della frutta che cresce spontanea nella nostra città e ne facciamo conserve e marmellate che verranno poi vendute ai g.a.s., a ristoranti e locali, nei mercati di Campagna Amica, e alle associazioni Slow Food.
I ragazzi hanno tutti alle spalle storie tristi e drammatiche, sono arrivati in Italia da soli, lasciando indietro figli, genitori, mogli e fratelli, girovagando in lungo e in largo per l’Europa prima di fermarsi da noi.
All’inizio erano comprensibilmente diffidenti e anche un po’ spaventati.
La cosa più bella è stato proprio accorgersi come, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, abbiano imparato a fidarsi, ad aprirsi, con quanta soddisfazione preparino e imbottiglino marmellate e conserve. Per capirsi, per vivere insieme in modo pacifico, per smontare preconcetti e pregiudizi basta davvero poco, a volte solo qualche barattolo di marmellata. 

Per chi voglia saperne di più: www.fruttaurbana.org

  

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