Il buco dell’ozono si sta riducendo. Secondo i calcoli effettuati dal Massachusetts Institute of Technology, che su Science ha pubblicato lo studio intitolato Emergence of healing in the Antarctic ozone layer, il buco si sarebbe ristretto di 4 milioni di chilometri quadrati (metà Stati Uniti) dal 2000 ad oggi, da quando cioè aveva toccato il suo punto massimo di estensione.

Una buona notizia che di certo non significa che adesso possiamo tornare ad inquinare, ma semplicemente che, almeno in questo caso, siamo sulla strada giusta per offrire al nostro Pianeta un futuro. Un esempio da seguire insomma, un po’ come con l’uscita dei panda dalla lista di animali in via di estinzione di cui vi avevo parlato qui.

Ma facciamo un po’ di chiarezza partendo dalle basi.

Cos’è l’ozono? L’ozono (da un verbo greco che significa “odorare”) è una forma particolare di ossigeno: è ossigeno triatomico, ossia un gas le cui molecole, invece che essere formate da due soli atomi uniti insieme com’è in quello che respiriamo, è formato da tre. La formula chimica dell’ozono è quindi O3 mentre quella dell’ossigeno ordinario è O2. La particolare struttura della molecola di ozono rende questo gas adatto a catturare la maggior parte delle radiazioni ultraviolette che arrivano dal sole. Sì, quelle che ci fanno male alla pelle e per cui ci mettiamo la crema solare insomma. Grazie all’ozono, dunque, solo una piccolissima frazione delle radiazioni ultraviolette è in grado di raggiungere la superficie terrestre. Senza l’effetto filtrante dello strato di ozono la Terra sarebbe probabilmente inabitabile: le piante si seccherebbero, gli animali, uomo compreso, sarebbero colpiti da bruciature, cancro della pelle e cecità e gli oceani si riscalderebbero al punto da rendere impossibile ogni forma di vita.

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(Infografica del Corriere della Sera)

Il buco dell’ozono. Ogni anno, durante la primavera dell’emisfero australe, la concentrazione dell’ozono stratosferico nell’area situata in prossimità del Polo Sud diminuisce a causa di variazioni naturali. Purtroppo, a causa degli inquinanti rilasciati in atmosfera, sin dalla metà degli anni Settanta questa periodica diminuzione è diventata sempre più grande, tanto da indurre a parlare del fenomeno come del “buco dell’ozono”. Le sostanze inquinanti che minano la presenza dell’ozono nella stratosfera sono dette ODS, Ozone Depleting Substances. Questi composti chimici si degradano per effetto dei raggi ultravioletti nella stratosfera rilasciando atomi di bromo e di cloro che danneggiano quelli di ozono. Le sostanze inquinanti implicate come cause dell’assottigliamento dell’ozono sono i Clorofluorocarburi (CFC) in genere utilizzati come refrigeranti, solventi o propellenti. Frigoriferi e bombolette spray come le lacche che usiamo per i nostri capelli, per esempio. Altre sostanze inquinanti sono gli Idroclorofluorocarburi (HCFC)

Il protocollo di Montréal. Il buco dell’ozono iniziò a essere studiato negli anni Settanta. Il suo rapido peggioramento nel corso degli anni Ottanta portò alla ratifica del Protocollo di Montreal per la graduale eliminazione della produzione di sostanze responsabili dell’impoverimento dello strato di ozono. Proprio come adesso i Paesi si riuniscono per capire come contenere il riscaldamento globale per evitarne gli effetti, trent’anni fa si accordarono con un trattato internazionale che oggi sta dando i frutti sperati. Il protocollo, ratificato nel 1987 da più di 30 Nazioni, tra le quali gli Stati Uniti, il Giappone e i Paesi dell’allora Comunità Economica Europea.  Un protocollo che ebbe un grande significato politico in quanto, per la prima volta, fu raggiunto un accordo a livello internazionale per la messa al bando delle sostanze chimiche che risultavano dannose per l’ambiente.  Ad oggi gli Stati firmati del protocollo sono 196.

Ebbene, dopo anni di studio e di impegno effettivo da parte degli Stati, finalmente stanno arrivando i primi risultati. «Siamo fiduciosi che le misure messe in atto hanno messo il pianeta sulla strada giusta per guarire», ha detto la coordinatrice della ricerca pubblicata da Science, Susan Solomon, del Mit.  Se si considerano insieme tutti gli aspetti significativi (densità, concentrazione ed estensione dell’area di ozono), il bilancio adesso è positivo. «La curva risale decisa come rivelano i diagrammi – ha aggiunto Solomon – dimostrando che, quando si vuole, i problemi ambientali si risolvono e il merito va al coraggio del protocollo di Montreal sottoscritto da un sempre maggior numero di nazioni». La ricerca condotta prende in considerazione gli ultimi 15 anni, dimostrando anche come le eruzioni sulfuree dei vulcani possano peggiorare la situazione. Nel 2015, infatti, le immissioni del vulcano cileno Calbuco avevano fatto risalire l’estensione dell’area distrutta sull’Antartico. «Ma eliminando il suo apporto per l’annata specifica – conclude Susan Solomon -, il passo avanti rimane evidente».

Continuiamo a camminare in avanti dunque. Per chiudere tutti i buchi e aprire un futuro migliore. Ce lo dobbiamo. E serve l’impegno di tutti noi.

 

 

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